29 Norme generali di comportamento

Non istà bene grattarsi sedendo a tavola, e vuolsi in quel tempo guardar l’uomo più che e’ può di sputare e, se pure si fa, facciasi per acconcio modo. Io ho più volte udito che si sono trovate delle nazioni così sobrie che non isputavano già mai: ben possiamo noi tenercene per brieve spazio! Debbiamo eziandio guardarci di prendere il cibo sì ingordamente che perciò si generi singhiozzo o altro spiacevole atto, come fa chi s’affretta sì, che convenga che egli ansi e soffi con noia di tutta la brigata. Non istà medesimamente bene a fregarsi i denti con la tovagliuola e meno col dito, che sono atti difformi; né risciacquarsi la bocca e sputare il vino sta bene in palese; né in levandosi da tavola portar lo stecco a guisa d’uccello che faccia suo nido, o sopra l’orecchia come barbieri, è gentil costume. E chi porta legato al collo lo stuzzicadenti erra sanza fallo, ché, oltra che quello è uno strano arnese a veder trar di seno ad un gentiluomo e ci fa sovenire di questi cavadenti che noi veggiamo salir su per le panche, egli mostra anco che altri sia molto apparecchiato e provveduto per li servigi della gola; e non so io ben dire perché questi cotali non portino altresì il cucchiaio legato al collo! Non si conviene anco lo abbandonarsi sopra la mensa, né lo empiersi di vivanda amendue i lati della bocca sì che le guance ne gonfino; e non si vuol fare atto alcuno per lo quale altri mostri che gli sia grandemente piaciuta la vivanda o ‘l vino, che sono costumi da tavernieri e da Cinciglioni. Invitar coloro che sono a tavola e dire:

– Voi non mangiate stamane? –
– Voi non avete cosa che vi piaccia? –
– Assaggiate di questo, o di quest’altro –

non mi pare laudevol costume, tutto che il più delle persone lo abbia per famigliare e per domestico, perché, quantunque ciò facendo mostrino che loro caglia di colui cui essi invitano, sono eziandio molte volte cagione che quegli desini con poca libertà, percioché gli pare che gli sia posto mente e vergognasi. Il presentare alcuna cosa del piattello che si ha dinanzi non credo che stia bene, se non fosse molto maggior di grado colui che presenta, sì che il presentato ne riceva onore, percioché tra gli uguali di condizione pare che colui che dona si faccia in un certo modo maggior dell’altro e talora quello che altri dona non piace a colui a chi è donato, sanza che mostra che il convito non sia abondevole d’intromessi o non sia ben divisato, quando all’uno avanza et all’altro manca; e potrebbe il signor della casa prenderlosi ad onta; non di meno in ciò si dee fare come si fa e non come è bene di fare, e vuolsi più tosto errare con gli altri in questi sì fatti costumi che far bene solo. Ma, che che in ciò si convenga, non dèi tu rifiutar quello che ti è porto, ché pare che tu sprezzi e tu riprenda colui che ‘l ti porge. Lo invitare a bere (la qual usanza, sì come non nostra, noi nominiamo con vocabolo forestiero, cioè far brindisi) è verso di sé biasimevole e nelle nostre contrade non è ancora venuto in uso, sì che egli non si dee fare; e, se altri invitarà te, potrai agevolmente non accettar lo ‘nvito e dire che tu ti arrendi per vinto, ringraziandolo, o pure assaggiando il vino per cortesia, sanza altramente bere. E quantunque questo brindisi, secondo che io ho sentito affermare a più letterati uomini, sia antica usanza stata nelle parti di Grecia, e comeché essi lodino molto un buon uomo di quel tempo che ebbe nome Socrate, per ciò che egli durò a bere tutta una notte quanto la fu lunga a gara con un altro buon uomo che si faceva chiamare Aristofane, e la mattina vegnente in su l’alba fece una sottil misura per geometria, che nulla errò, sì che ben mostrava che ‘l vino non gli avea fatto noia; e tutto che affermino oltre a-cciò che, così come lo arrischiarsi spesse volte ne’ pericoli della morte fa l’uomo franco e sicuro, così lo avezzarsi a’ pericoli della scostumatezza rende altrui temperato e costumato, e, percioché il bere del vino a quel modo, per gara, abondevolmente e soverchio è gran battaglia alle forze del bevitore, vogliono che ciò si faccia per una cotal pruova della nostra fermezza e per avezzarci a resistere alle forti tentazioni e a vincerle: ciò non ostante a me pare il contrario et istimo che le loro ragioni sieno assai frivole. E troviamo che gli uomini letterati per pompa di loro parlare fanno bene spesso che il torto vince e che la ragion perde, sì che non diamo loro fede in questo: et anco potrebbe essere che eglino in ciò volessino scusare e ricoprire il peccato della loro terra corrotta di questo vizio, conciosiaché il riprenderla parea forse pericoloso e temeano non per aventura avenisse loro quello che era avenuto al medesimo Socrate per lo suo soverchio andare biasimando ciascuno. Percioché per invidia gli furono apposti molti articoli di eresia et altri villani peccati, onde fu condannato nella persona, comeché falsamente, ché di vero fu buono e catolico secondo la loro falsa idolatria; ma certo perché egli beesse cotanto vino quella notte nessuna lode meritò, percioché più ne arebbe bevuto o tenuto un tino! E se niuna noia non gli fece, ciò fu più tosto virtù di robusto cièlabro, che continenza di costumato uomo. E che che si dichino le antiche croniche sopra ciò, io ringrazio Dio che, con molte altre pestilenze che ci sono venute d’oltra monti, non è fino a qui pervenuta a noi questa pessima, di prender non solamente in giuoco, ma eziandio in pregio lo inebriarsi. Né crederò io mai che la temperanza si debba apprendere da sì fatto maestro quale è il vino e l’ebrezza. Il siniscalco da sé non dee invitare i forestieri, né ritenergli a mangiar col suo signore, e niuno aveduto uomo sarà che si ponga a tavola per suo invito: ma sono alle volte i famigliari sì prosontuosi che quello che tocca al padrone vogliono fare pure essi. Le quali cose sono dette da noi in questo luogo più per incidenza che perché l’ordine che noi pigliammo da principio lo richiegga.