Aggressioni personali

Gramsci, Antonio

Un amico mi scrive una lettera di fuoco contro il giornale clericale torinese ed insiste perché la si pubblichi. L’amico pare che mi rivolga anche un blando rimprovero perché noi dell’«Avanti!» non abbiamo risposto subito e a dovere ai sagrestani del «Momento».

Non è che l’attacco — chiamiamolo cosí — ci sia sfuggito di vista. L’abbiamo visto proprio giovedí poco dopo che ci si notificava la querela del giornale clericale contro i nostri amici Bianchi e Guarnieri, che sarebbero rei di aver diffamato il dottor Mondini, capo redattore del «Momento», ancora e sempre divoto di S. Genoveffa, protettrice dei cervi e dei mariti ideali.

Cosa volete rispondere al «Momento»? Ecco: se noi dovessimo dare sfogo all’impeto della collera che ognuno che abbia sangue nelle vene sente ogni qualvolta è fatto segno ad accuse malvagie e subdole, non mancherebbe chi, come l’egregio direttore della «Gazzetta dei tribunali», ci rivolgerebbe un’altra reprimenda, perché noi ci abbandoniamo «all’aggressione personale», e Marco Sbroda salterebbe su a scriverne quattro delle sue contro i nostri nervi che non sono mai stati cosí bene a posto dacché siamo a Torino, la «bella Torino» che molceva persino l’ipocondria nietzschiana.

Sappiamo, amico che ci scrivi, da chi pervengono gli attacchi, non tanto contro di noi che scriviamo e che siamo pur ora provvisti di buone scarpe. È uno scimunito, un rifiuto del giornalismo, un esseruccio malaticcio. Incapace di tirare colpi diritti, franchi, per deficienza fisica e insufficienza di mente, s’indugia negli angoli oscuri della diffamazione. È quegli stesso che aveva accusato uno dei nostri compagni di aver rubato il mestiere alla censura. Altra volta fu da noi invitato a dare i nomi dei socialisti torinesi «bacati». Il becero non rispose, non poteva rispondere. Ora riprende fiato: il redattore capo ha cambiato padrone: ed eccolo — quel poveretto tisicuzzo, avanzo di postriboli e di sacrestie — lanciare altre accuse contro l’alleanza, l’associazione, il partito, la Camera del lavoro e contro di noi che cerchiamo coi nostri nervi di coprire le magagne di molta gente.

Domandate a quell’incosciente di precisare, di specificare le sue sozzure, ed egli se la svignerà, un giro di tacchi e via nei ritrovi abituali: postribolo e sacrestia.

Lasciamolo là a consumare le sue ore e i suoi giorni. E passiamo oltre.

Siamo sempre in tema di «aggressioni personali». E la «Gazzetta dei tribunali» è pregata di leggerci. Nell’«Azione socialista» di oggi, che ci giunge ancora umida d’inchiostro, leggiamo in un trafiletto dedicato a tre nostri amici, tra i quali Ciccotti e Zibordi, questo tra l’altro:

No, barabba, t’inganni. Il coraggio dei nostri compagni è intero: è coraggio fisico e coraggio civile, di pensiero e di azione. Ma tu nella tua bassa anima, nella tua zucca ripiena di sterco, sei incapace a comprenderlo; e seguiti ad eruttare bestialmente e vigliaccamente. E noi ti sputiamo sulla faccia, con senso di schifo, chiudendo gli occhi: tieni!

Via, non c’è male! E sapete il perché? Presto detto. Tutta questa volgarità per avere scritto che i riformisti, che hanno un magnifico campione a Torino nell’on. Quindicilire — quegli che vuole la fucilazione dei nemici interni, e intanto lui se la passa benone al fronte interno — «non sanno rassegnarsi alla condizione di semplici servitori del ministero».

Dica la «Gazzetta dei tribunali»: in questi casi chi è l’aggressore e chi l’aggredito?

Tralascio un altro giornale di qui che stamane annunzia che l’edizione torinese dell’«Avanti!» esce per assicurare a qualcuno una lauta prebenda.

Tutto ciò è provincialesco, stupido, nauseante. E il disgusto maggiore, piú repellente, è pur sempre quello che proviene dalla necessità che talvolta c’impone di rispondere, d’impelagarci anche noi — cittadini del mondo — in cotale pattume e pettegolume provincialesco.

Ed è cosí che, malgrado tutto, le nostre aggressioni personali continueranno.

(13 marzo 1916).