I commissari cavalieri

Gramsci, Antonio

Non deve far meraviglia che lo Stato dia la croce di cavaliere e la commenda anche ai questurini. Tutt’al piú, può meravigliare che esista chi non sente ribrezzo d’essere compartecipe di onorificenze coi questurini. Ma questi hanno perfettamente diritto al cavalierato. Nessuno è piú cavaliere dei commissari e degli agenti. E ci tengono ad esserlo, specialmente i piú intellettuali, quelli che il loro dovere fanno con zelo intelligente, e che, perciò (oh sorte matrigna!), vengono bocciati nei concorsi.

Il cav. Tabusso, per esempio, è di una cavalleria estrema. Nei piccoli subbugli di piazza, quando non è affatto pericoloso affrontare la situazione, perché la situazione è rappresentata da galantuomini e non da malviventi, il cav. Tabusso diventa un paladino addirittura. Egli ha continuamente dinanzi agli occhi le sante istituzioni. Egli conosce i doveri del suo ufficio di arco di volta della società. E la società «sua» — quella di cui è paladino crociato — la riconosce all’abito, al fiuto. Lo abbiamo visto all’opera una delle scorse sere. Che cavalleria, e che disdegno per i villani! Il paladino crociato disdegna sempre i villani. È nel codice della cavalleria, il disdegno per i villani. E villano è chi veste il camiciotto, chi ha il viso un po’ arrugginito dal lavoro appena smesso, chi non ha tutte quelle piccole distinzioni della «buona società» che Tabusso riverisce. Questa genia di villani è buona caccia per il paladino crociato. Ne presenta ogni tanto delle schidionate ben colme ai giudici. Qualcuno si meraviglia che lo schidione infilzi sempre i villani, perché nell’aula della giustizia ci è sempre chi sostiene che l’abito non fa il monaco. Ma il paladino risponde prontamente: altro non ho visto! Gli altri, i villani non arrugginiti dal lavoro, quelli che hanno i segni di distinzione, non c’erano, a delinquere. Essi rimangono a casa e mandano questi bruti al macello.

Tabusso, cosí, ottiene tanti scopi. Dà modo ai giornali di parlare dei capoccia che non s’arrischiano in piazza, mentre «gli ingenui sobillati» vanno al macello (perché poi questa parola, egregio avv. Molar?), e non corre il rischio di essere rimproverato per l’arresto di qualche illustre o figlio di illustre. Il villano può essere sempre arrestato, egli non protesta per l’arbitrio. Se prova di non essere tesserato lo si rilascia, e pace. Ma la giacchetta pulita, il colletto, la faccia bianca, ecc., sono mine subacquee, dalle quali il paladino si guarda con attenzione. Possono coprire un delinquente tesserato, ma possono coprire chissà anche che bandierone tricolore, con relativo ricorso, avallato da un concorrente in brillanti operazioni. E Tabusso gira largo. Ha voglia, il viso bianco (che vuole, putacaso, diventar «martire» e far carriera, come si dice), di assembrarsi con le facce arrugginite. Tabusso non lo cura, Tabusso, anzi, gli fa dei sorrisetti cortesi e per poco non lo prega di dargli man forte. Perché Tabusso è cavaliere e non vuole commettere gaffes pericolose.

Pertanto, ben gli sta la croce. E meglio gli si attaglierà la lapide futura. Peccato però che le brillanti operazioni non possono sostituire gli esami di concorso. Tabusso sarebbe a quest’ora presidente del Consiglio col portafogli per l’interno. Ma in fondo, in fondo, le cose italiane non vanno troppo male. Si dà a Tabusso la croce, la commenda, la pergamena; ma lo si boccia ai concorsi. Anche lo spirito tardigrado della burocrazia capisce che la brillante operazione, che il fiuto dell’abito e della faccia non merita che gingilli da bazar.

E domani Tabusso sarà abbandonato alla nostra rappresaglia. Destino dei cani da pagliaio.

(27 settembre 1916).