Il codice di Pralungo

Gramsci, Antonio

A Pralungo è avvenuto un gravissimo fattaccio di cronaca, a leggere i giornali cattolici.

La solita dozzina di socialisti affiliati alla teppa ha malmenato dei giovani musicanti clericali che dimostravano, dando fiato agli ottoni, la loro convinzione e la loro gioia patriottica. I cattolici domandano giustizia per la libertà violata, per i sacrosanti diritti dell’uomo calpestati dalla teppa. L’on. Sacchi, che è un radicale e della libertà ha quella larga concezione che è propria del suo partito, specialmente quando sale al potere, deve pensare che la tanto laudata libertà di pensiero è uno specchietto buono per i bimbi, se non è accompagnata dalla libertà di manifestare e propagare questo benedetto pensiero. La libertà di pensare nessuno può darla o toglierla; è un attributo dello spirito, e pertanto non teme carabinieri, né teppisti. È la libertà di far conoscere il pensiero che dipende dall’arbitrio della società e dei ministeri radicali. Cosí ragionano i cattolici, molto giustamente, quando si tratta della loro libertà e del loro pensiero. Perché di quello degli altri non si preoccupano: la reciprocità è parola diabolica per i boccadoro dalle cui labbra non può fluire che la verità, l’unica verità, alla quale tutti, anche i teppisti, devono rendere omaggio. Ma questi, che sono dei miserabili poveri di spirito evidentemente, a quanto pare, ci tengono alla reciprocità. Non riescono a concepire la libertà schiava di particolari uomini e categorie. E poiché si accorgono che lo Statuto, il codice della collettività italiana, è diventato privilegio, promuovono dei codici, degli statuti locali, che affermano pedestremente: ciò che non è concesso a me non deve essere concesso neppure a te; e la cui forma esecutiva è l’antidiluviano bastone. Cose deplorevoli, senza dubbio, per ogni persona bennata e di cuore gentile. Ma, a quanto si dice, indeprecabili, fatali. È sempre successo cosí, e i cattolici ne sanno qualche cosa, essi che attraverso i secoli sono stati i piú strenui difensori della libertà loro, e che hanno tappato con le buone o con le cattive, tante bocche di eretici, e che domandano la semplice libertà che a Pralungo fu negata ai musicanti cattolici. Sempre, quando i diritti della collettività vengono conculcati a benefizio dei singoli, i conculcati si rifanno nei soli modi loro concessi. A Roma mandano in soffitta lo Statuto, a Pralungo entra in esecuzione un nuovo codice, teppistico quanto si vuole, esasperante, umiliante anche, ma fatalmente indeprecabile. I cattolici non capiscono queste cose. E di questa loro limitazione di intelletto incolpano l’educazione nefasta che i socialisti impartiscono alle masse.

(16 agosto 1916).