La conferenza e la verità

Gramsci, Antonio

La guerra ha fatto nascere un nuovo genere letterario: la conferenza patriottica. I giornali cosí chiamano almeno tutti quei discorsi che prendono come spunto un fatto o un altro interessante la cultura o la storia, l’ovattano ben bene di parole d’occasione e lo servono caldo caldo al pubblico, perché ne tragga persuasione di una tesi e viatico spirituale per questo tremendo periodo che attraversiamo.

Noi siamo persuasi che i fatti dovevano rimanere tali anche in tempo di guerra, e che la storia e la cultura sono cose troppo da rispettare perché possano essere deformate e piegate dalle contingenti necessità del momento. La verità deve essere rispettata sempre, qualsiasi conseguenza essa possa apportare, e le proprie convinzioni, se sono fede viva, devono trovare in se stesse, nella propria logica, la giustificazione degli atti che si ritiene necessario siano compiuti. Sulla bugia, sulla falsificazione facilona non si costruiscono che castelli di vento, che altre bugie e altre falsificazioni possono far svanire.

Qui a Torino abbiamo sentito in questi ultimi mesi un numero cospicuo di conferenze e di qualcuna abbiamo fatto giustizia senza pietà e senza rimorso. Ma ce n’è rimasto in fondo all’animo una specie di nausea e di disgusto. Perché abbiamo trovato che questa guerra ha dato modo alla democrazia facilona e chiacchierona di rimettere in circolazione e di attossicare gli spiriti con tutti quei luoghi comuni che tanta fatica avevano durato i socialisti per cacciar via e sradicare. Per molte di queste ragioni la democrazia è la nostra peggiore nemica, è quella con la quale dobbiamo sempre essere pronti a fare a pugni, perché intorbida il limpido distacco delle classi, e vorrebbe quasi diventare le molle della carrozza che servono a far pesar meno sulle ruote il carico dei passeggeri e ad evitare gli scossoni che possono far ribaltare. Non che le conquiste democratiche non siano desiderabili, ma devono esserlo solo come mezzo e possibilità di piú rapido sviluppo, e non già come fine ultimo della storia. Devono insomma diventare strumenti della lotta di classe e non motivi per sdilinquimenti ed abbracciamenti generali. Bisogna constatare che la propedeutica della guerra è fatta su motivi e su chiave democratica, e che la democrazia abusa un po’ troppo di questa sua posizione per lanciare nell’arringo uomini che meglio starebbero nell’ombra, perché nulla essendo nessuna parola nuova possono dire, nessuna volontà fattrice di storia possono creare. A Torino c’è stato un vero diluvio di personalità e di personcine democratiche. Tutte le sciocchezze hanno detto, tutti i luoghi comuni. E ben farebbero i proletari a frequentare di piú i ritrovi per conferenze. Ne ritrarrebbero lo stesso insegnamento che gli spartani traevano dalla vista degli iloti ubriachi. Senza contare che si farebbero un po’ di sangue buono quando la fortuna concedesse loro uno spettacolo simile a quello che al salone Ghersi ha dato il prof. Romano.

(19 febbraio 1916).