La lampada di Bistolfi

Gramsci, Antonio

Già, è vero: non tutti i torinesi sanno che presso a Giaveno, in un sito amenissimo, saluberrimo, che però reca «l’aspro nome di Selvaggio, grazie allo zelo di un comitato di pie signore della nostra città, è sorto in questi ultimi anni un santuario dedicato alla Madonna di Lourdes».

Il giornale cittadino e non cattolico che ci rende edotti di codesta mirabilia, aggiunge che il «santuario è bello, ridente ed ha vicino un vasto ospizio per i pellegrini, poiché vi si fanno anche numerosi e frequenti pellegrinaggi».

Bene a sapersi anche codesto. Nelle informazioni del giornale non clericale e tutto fervido di bellicismo c’è però una lacuna, che i sagrestani di via Oporto dovrebbero riempire. Il giornale dal quale tolgo le preziose informazioni non dice se anche la Madonna di Lourdes nella sua reincarnazione al Selvaggio sia suscettibile di miracoli, se ne abbia fatto, se ne faccia. La taumaturgia della Vergine a Lourdes di Francia è ormai famosa ed intorno ad essa sono stati scritti molti libri: ce n’è persino uno di Emilio Zola. Tant’è — della Madonna francese — la fama che va per la terra e l’oceano, che in non poche parti del mondo cattolico s’è voluto erigere un santuario fatto ad imitazione di quello celeberrimo di Lourdes. Ce n’è uno persino a Milano, e i buoni meneghini non sanno ricordarlo nei loro conversari burleschi senza aggiungere che da quando il santuario è sorto in uno dei quartieri piú eccentrici, le gesta dei teppisti e dei ladri sono miracolosamente aumentate. Cosí la milanese Madonna di Lourdes è già diventata nelle arguzie dei buoni ambrosiani nientemeno che la Madonna dei louch, cioè la protettrice dei ladri e dei teppisti.

E questo è già un miracolo, che quella del Selvaggio non sa forse ancora compiere.

Ma ecco che adesso le stesse pie donne che contribuirono all’erezione del Santuario di Giaveno, vogliono indurre la Vergine, rimasta immacolata anche dopo il parto operato dallo spirito santo sotto forma di volatile, a compiere il miracolo dei miracoli.

La gentile patrona delle pie dame, la contessa Margherita Betti di Carpanea, propone di indire una sottoscrizione «popolare» a due soldi, per offrire una lampada alla Vergine di Lourdes torinese perché affretti la «sospirata pace». La lampada votiva arderà in perpetuo; con la somma raccolta si provvederà anche all’olio necessario per tenere perennemente «viva la divota fiammella».

Quale pace la Vergine può affrettare non è dato di sapere. Un buon guerrafondaio, come Marco Sbroda Girola Tupin, può comunque avere diritto di pensare che anche la Vergine congiuri con Giolitti e coi socialisti per la pace tedesca. Le pie dame devono essere tenute d’occhio: lo sappia il cav. Donvito.

Ma la faccenda della lampada votiva non è soltanto un argomento di polizia e di polemica per quei grandi giornalisti che sono lo Sbroda cd il Tupin. C’è dell’altro sempre piú interessante. Le pie dame si sono rivolte allo scultore Leonardo Bistolfi perché la disegni lui la lampada benedetta ed egli ha accettato, facendo sapere di essere «lieto e orgoglioso del compito a cui mi sarà grato dare le migliori energie del mio intelletto e del mio cuore». Ed è cosí che il Bistolfi ha accolto «l’offerta come un segno di stima e di onore».

Che Leonardo Bistolfi sia un genio multiforme e multanime lo si sapeva. Egli è capace di operare per l’arte sotto le ispirazioni piú svariate; è un vero artista. Però che egli arrivasse sino alla Madonna di Lourdes e alla credenza nel miracolo dell’affrettamento della pace, non sono in molti che potevano prevederlo.

Ciò non vuol dire che un Bistolfi, cui io faccio tanto di cappello anche quando vuol fare l’oratore in consiglio provinciale dai banchi della moderateria, magari ricordando di «sentirsi» ancora socialista, non abbia anche lui di quando in quando un suo bravo quarto d’ora di acuta e squisita imbecillità.

(15 marzo 1916).