La riforma della polizia

Gramsci, Antonio

Mutano i saggi… È vero ed è umano che sia, ma questi benedetti saggi dovrebbero cercare di mutare con giustificazioni che non siano il riflesso dei loro particolari interessi, perché qualche maligno non insinui che essi sono saggi solo nel rovescio della medaglia.

C’è stata tempo fa, prima della guerra naturalmente, una polemica vivacissima sui metodi della polizia e qualcuno aveva suggerito persino dei rimedi e delle riforme. Anche nel campo liberale si incominciava a capire che gran parte dell’asprezza che assumevano talvolta le manifestazioni proletarie era dovuta alla brutalità degli agenti che, arruolati nei piú luridi bassifondi della società, mal stipendiati, malvisti, avevano finito col diventare una vera e propria sacra istituzione che aveva l’autorità persino di decretare la morte di un individuo e di eseguire sull’atto la sentenza, senza che l’opinione pubblica borghese se ne commovesse neppure a fior di pelle. Ricordo che appunto un settimanale liberale di Milano fu di quelli che ammonirono che erano necessari provvedimenti, e consigliava di far rientrare i questurini nel ruolo di rivendicatori dei crimini comuni, e di tenerli lontani dalla politica. Ma il «Corriere della Sera» insorge fieramente, dicendo che le cose erano sempre andate nel migliore dei modi, e che dovevano essere i socialisti i primi a cambiare, a bonificarsi, ad essere meno maleducati, ecc. ecc.

Non ragiona piú cosí il «Corriere» dell’altro giorno. Leggiamo parole come queste: «Dove si possono meglio fondare i sospetti di attività criminosa ivi la polizia dovrebbe, piú energica, piú assidua e soprattutto piú in tempo, svolgere la sua opera di pubblica sicurezza. Perché se la pubblica sicurezza significasse soltanto garanzia di veder ammanettare i malfattori quando i malfattori si degnano di offrire i polsi, la sicurezza pubblica sarebbe la piú trascurabile delle utopie…» Detto molto bene, ma ci pare che la polizia non abbia poi tutti i torti. Chi ha insegnato ai questurini essere piú pericolosi per la pubblica sicurezza? I ladri, i falsificatori, o i sovversivi? Rimangono forse a poltrire in panciolle questi strumenti della giustizia? O non li vediamo assidui, volta a volta mogi e tracotanti, passeggiare intorno ai nostri ritrovi, al nostro bel palazzo di corso Siccardi, accoccolarsi per delle ore per ascoltare i discorsi, dando di sé spettacolo non certo edificante ed educativo? O come volete che questi disgraziati, mentre devono sorvegliare i socialisti, possano anche sorvegliare chi falsifica le cartelle del prestito o le case malfamate, dove è possibile a dei malviventi radunarsi per mesi e per anni, complottandovi furti innumerevoli, raccogliendovi la refurtiva di quintali e quintali di carbone senza che nessuno se ne accorga e provveda? Insomma, è necessario che certa stampa, che è la voce piú autorevole della classe dirigente, si decida. Sono piú pericolosi i sovversivi o i malandrini? Tra i due malanni quale bisogna preferire? Fino a ieri il «Corriere della Sera» preferiva i malandrini, [una riga censurata] pare preferisca i sovversivi.

Mutano i saggi…

(18 febbraio 1916).