Le ipotesi e gli individui

Gramsci, Antonio

La morale corrente della poltroneria borghese non si stanca dal predicare che bisogna guardarsi dai consequenziari. Cioè. È permesso ragionare astrattamente sul bene e sul male, è permesso dire, a proposito di un fatto concreto, che è in errore chi opera in un certo modo, e merita plauso chi opera invece in un altro, è permesso chiamare criminoso un modo di agire, ma non è permesso andare píú oltre. Le conseguenze individuali non bisogna mai tirarle, altrimenti si è maledici, si è vociatoci, si è teppisti e cosí via.

Leggete nella «Stampa» di ieri l’altro, la ben quadrata risposta ad una lettera di Dante Ferraris. Vi troverete espressioni di questo genere:

 

Noi riteniamo che lo spettacolo delle facili ricchezze cosi ingentemente accumulate sulle lacrime e sul sangue della nazione, mentre tanti meno fortunati pagano di persona e di averi, costituisca uno dei fenomeni piú ripugnanti delle grandi guerre, contro il quale lo Stato avrebbe il diritto di armarsi con ogni mezzo. E riteniamo, altresì, non dispiaccia al comm. Ferraris, che quei signori i quali, valendosi dell’impossibilità dello Stato di far diversamente, non sentono il patriottismo di andare essi stessi incontro a una ragionevole diminuzione dei prezzi, agiscono socialmente in guisa criminosa.

 

Ci siamo rallegrati di vedere cosí accuratamente imbalsamate e fasciate di pudiche foglie di fico le stesse cose da noi dette senza ambagi di ipotesi, senza cautele di poltroneria morale. La «Stampa» domanda scusa al comm. Ferraris di ciò che dice, non vuole che il comm. Ferraris possa credere che quell’aggettivo «criminoso» possa adattarsi alla sua persona. Gli individui devono scomparire, che diamine; si ragiona in ipotesi, come ben si intende. Non è consequenziaria la «Stampa»: essa è un giornale serio che non si abbassa al volgare pettegolezzo, al demagogico attacco personale. Tutto ciò, non può essere che triste privilegio dei socialisti, che si sono posti fuori della moralità nazionale, e come i briganti attendono all’angolo delle strade, quaerentes quos devorent. E tuttavia il lettore che segue la «Stampa» sa che lo scrittore vuole anche parlare del comm. Ferraris, sa che la risposta non è una semplice esercitazione retorica, accodata ad un quesito accademico proposto dal presidente amministrativo della Fiat. Sa che il Ferraris nella lettera si difende da una accusa specifica, e che questa accusa è solidamente ribadita. E allora? Perché la «Stampa», che ha pubblicato a suo tempo un’intervista con un azionista della Fiat, che si era opposto all’imbroglio contabile dell’immissione dei superprofitti nel capitale, non dà del mentitore al Ferraris, che afferma nessuno avere sollevato la questione nel momento opportuno? E perché non afferma esplicitamente che «criminali» sono e il Ferraris e gli altri della Fiat, che non sono andati «essi stessi incontro ad una ragionevole diminuzione dei prezzi»? Ma ciò, deve essere compito nostro, naturalmente. Noi non abbiamo paura d’essere consequenziari. Se «criminoso» è l’aggettivo che aderisce perfettamente al fenomeno, «criminale» deve essere l’aggettivo da accompagnarsi ai nomi individuali. Ciò che si adatta al complesso, si adatta ai singoli; è una massima di logica vecchia quanto Aristotele. Ma la logica è lasciata ai vociatori; la poltroneria borghese si trastulla coi fenomeni, a noi abbandona gli individui. E non si accorge di tributarci cosí il massimo onore, e di riconoscere a noi soli la massima consistenza storica. Poiché nella storia i fenomeni sono astrazioni intellettuali, e l’unica realtà viva e solida è l’individuo.

(18 settembre 1916).