Mentalità patriarcale

Gramsci, Antonio

Sarebbe, secondo la «Rivista politica finanziaria» (organo accreditato e diffuso dal ragioniere Attilio Finocchiaro di Roma), mentalità patriarcale quella dei giudici del Tribunale di Torino, che hanno inabilitato il comm. Leumann. E la sullodata rivista procede nella sua dimostrazione con un ragionamento che è veramente impagabile. Il 90 per cento dei ricchi signori frequentano le bische nostrane e forestiere e talvolta rovinano interi patrimoni: il comm. Leumann non ha che il torto di appartenere a quel 90 per cento. I giudici che non sono all’altezza dei tempi, e non hanno riconosciuto che la bisca è ormai un’istituzione, sono dei patriarchi degni di vivere ai tempi di Noè o Matusalemme. Essi, ad esempio, non hanno pensato quale formidabile arma hanno posto in pugno alle mogli. Come la signora Mazzonis-Leumann, il 90 per cento delle nostre ricche signore potrebbero fare inabilitare i loro mariti, e ne verrebbe un disastroso capovolgimento del giure familiare, dei diritti dell’uomo e del marito, e si ritornerebbe al patriarcato nelle ricche famiglie, come pendant al patriarcato giudiziario.

Eppoi pensate: il comm. Leumann «è consigliere provinciale di Torino, persona stimatissima che occupa anche una posizione assai elevata nel campo economico e filantropico ed una notoria considerazione in quello industriale». Via, i giudici sono stati veramente indelicati nel colpire un tanto uomo. Che cosa verrà piú rispettato se non si tien conto né delle benemerenze politiche, né di quelle economiche, filantropiche e industriali? O che il denaro è forse fatto per essere lasciato ammuffire? E non è filantropia farsi spennacchiare dalle «persone le quali sanno trarre profitti dalla debolezza di mente dei loro clienti», come dice la sentenza?

La vita moderna che trova la sua piú efficace rappresentazione nelle pochades parigine e nelle operette viennesi, offre innumerevoli esempi di personalità spiccate del tipo Leumann. La giornata laboriosa dedicata ad amministrare le cose pubbliche, a partecipare alle fiere di beneficenza, a trarre dalle proprie maestranze il maggior profitto possibile, a cristallizzare — terminologia marxiana — il sudore proletario. La sera e la notte tappeto verde, donnine piacevoli, compagnie rumorose, nelle quali non mancano, è vero, i lestofanti e gli scrocconi, ma d’altronde ci si diverte tanto! Questa è vita moderna, perdio! Cosa hanno a vederci le mogli, la famiglia, ecc., arcaiche istituzioni ormai superate dal 90 per cento dei ricchi signori? Ma purtroppo per il signor ragioniere Finocchiaro, ci sono dei giudici che hanno delle teorie sulla vita un po’ diversa da quelle delle pochades parigine e delle operette viennesi, e, finché questa mentalità patriarcale non sarà sradicata per una maggiore diffusione della «Rivista politica finanziaria», i personaggi da operetta come il comm. Leumann non potranno mai essere sicuri di poter liberamente prodigare i milioni. È vero che in Italia c’è ancora tanta libertà quanto basta per permettere che rimanga pubblico amministratore chi è inabilitato per quanto riguarda l’amministrazione dei suoi beni privati, ma nei riguardi della libertà non si è mai abbastanza prodighi. Quando poi si dà tanto contributo alla filantropia, non importa affatto che i denari distribuiti o prodigati siano il frutto del lavoro intenso, e che abbrutisce, di una massa di uomini ai quali — generalmente — si nega ogni diritto di miglioramento perché non abbiano la possibilità di andare all’osteria o di giocare alle piastrelle corrompendo le buone qualità della razza. Non è vero, egregio comm. Leumann e rag. Attilio Finocchiaro?

(23 marzo 1916).