Omaggio a Toscanini

Gramsci, Antonio

Ella, egregio Maestro, compilando i due programmi dei concerti che verrà a dirigere nella nostra città, non aveva certamente preveduto di poter suscitare un vespaio e di poter far risuonare l’aula del teatro di fischi come alla rappresentazione di un Cinema—Star viennese qualsiasi. Includendo una sinfonia di Wagner forse aveva ancora dinanzi agli occhi il pubblico d’altri tempi del Regio, pieno d’entusiasmo per i « capolavori musicali » che hanno « proprio l’impronta del genio barbarico dominatore!»? Illusioni, illusioni, fate morgane du beau temps de jadis, snobismo sfiancato. Se ora si inibisce a Wagner con goffa e presuntuosa albagia ogni serena contemplazione, gli è evidentemente perché nel passato lo si ascoltava ed applaudiva non come disinteressato creatore di bellezze, ma come «genio barbarico dominatore», la cui patria era alleata della nostra, il cui imperatore dava da musicare i suoi bolsi libretti al piú bolso dei compositori italiani. Servilismo estetico dei mercatini di Porta Palazzo, che la guerra ha dimostrato essere il livello di vita dell’anima italiana. Perché non siamo alle prime manifestazioni del genere, se nel gennaio 1872 Giosuè Carducci poteva scrivere parole come queste:

…la borghesia ben pensante che ammira sempre la forza e il successo, vestiva i suoi bimbi alla foggia degli ulani come pochi anni avanti li aveva vestiti alla foggia degli zuavi; e i diplomatici e i politici officiosi e governativi, scotendosi dalle ginocchia la polvere delle prosternazioni all’imperatore francese, con la voce un po’ arrochita dal gridar alcuni giorni prima à Berlin urlava ora a squarciagola nach Paris; né mancavano democratici ai quali piaceva, e lo dicevano su le bare dei morti, che i prussiani facessero essi le loro vendette; e in altri i tristi odî nazionali instillati dagli storici e dagli scrittori dei tempi di servitú e di sventura, sublimemente appassionati, fermentavano piú che mai freddi e atroci, fin a divenire teoriche di politica. E la maggior parte si comportavano con la Francia atterrata, come lo schiavo recente di servitú, il quale esulta su la sventura del padrone che teme.

Ella non aveva pensato che «a Torino l’aver scelto fra la tanta musica sinfonica un pezzo di Wagner, può indurre gli ignari a deduzioni non troppo benevole verso la nostra città». E che questa micidialissima scelta poteva nientemeno che cancellare i benefici effetti della venuta fra noi dell’on. Salandra, «effettuatasi splendidamente mercé l’oculata azione prefettizia e di tutte le autorità (udite, udite) e che serví a dimostrare come la nostra città non fosse seconda a nessun’altra per patriottismo». Ella nel compilare il programma dei due concerti non s’era evidentemente accorta di tutto questo chimismo demagogico; voleva solo riprodurre opere di bellezza, e non si accorse che Parsifal aveva per l’occasione messo su l’elmo a chiodo.

Adesso vedremo come andrà a finire: il giornale dei mercatini di Porta Palazzo farà ingoiare agli imbecilli i suoi cavoli stantii? Nessuna meraviglia: i servi di ieri non possono soffrire i loro ex padroni di cui domani lustreranno di nuovo le scarpe.

Ma sappia, egregio Maestro, che Torino non è tutta compresa nella rumorosa fiera di Porta Palazzo.

(7 maggio 1916).