Oro, argento e rame

Gramsci, Antonio

Attendo ancora che l’organo magno del locale bellicismo democratico si pronunci con un articolo — come li sa fare Bevione — o con una di quelle note che si dice siano solitamente fatica speciale e diuturna del conte Orsi, piú comunemente noto come commendatore dell’ordine di S. Michele di Baviera. Né un articolo, né una nota, in compenso dei resoconti parlamentari alquanto tendenziosi.

Eppure dovrebbe essere doveroso per un giornale che tanto smaniò per determinare la situazione attuale, dare i suoi lumi sulla crisi, anzi le… crisi che travagliano il nostro mondo politico.

Di grazia, che ne pensa la «Gazzetta del Popolo»? È ancora per Salandra? È per il ministero nazionale?

Il giornale di via Quattro Marzo dev’essere piuttosto impacciato nella scelta. L’adesione all’iniziativa dell’on. Canepa potrebbe anche rispondere ai richiami storici e tradizionali, dei quali la «Gazzetta», o meglio, per essa il conte Orsi — quegli dei conti che non tornano — è, almeno per modo di dire e di ridere, il piú legittimo depositario.

Ma il conte Orsi, dalle vedute che solitamente non vanno oltre l’ombra della Mole antonelliana quand’anche fa scrivere Nardini e Bevione, dev’essere assillato da una certa preoccupazione. Questa: che un allargamento del ministero in senso democratico, costringa il Daneo del suo cuore a fare fagotto, appunto perché il mal tollerato ministro delle Finanze è tra i ministri piú incompetenti e inefficienti che persino l’«Idea nazionale» vorrebbe spedire a quel paese.

E il conte Orsi onestamente deve ritenere fin d’ora che se Daneo se ne va, il gerente responsabile di una certa gestione è bell’e spacciato, e la relazione scomparsa dal ministero del Tesoro probabilmente tornerà al proprio posto a disposizione dei parlamentari che intendono occuparsi dell’affare dell’Esposizione. Orsi sornionamente è capace di cotesti e di altri calcoletti e, nel dubbio di compiere una mossa sbagliata, tace e costringe i «subalterni» a tacere.

Cosí anche il fiero e coerente Bevione si guarda bene di esprimere un proprio giudizio preciso, reciso. Per la sua nuova incarnazione orsiana — assicurata da uno stipendio da sottoeccellenza — Bevione tace, scantona, attende.

Non domandiamo piú perché la «Gazzetta» non si pronuncia. Sono tempo e spazio sprecati. A parte l’affare dell’Esposizione, la zitellona di via Quattro Marzo prima di farsi un’opinione ha bisogno di pensarci su molto, di ponzare assai. Di poche, ma buone idee, essa, per non comprometterle e compromettersi, va guardinga. La «politica» è volubile come il vento e mobile come l’onda, ma il giornale del commendatore bavarese non è un vaneggino qualsiasi che muta pensiero ad ogni stormire di fronda. La «tradizione» deve pur contare qualcosa, e, nelle contingenze difficili, il conte Orsi si appiglia con tutta la forza della sua intemerata coscienza e della sua illimitata intelligenza alla «tradizione delle tradizioni» ed elegge a proprio imperativo categorico, non quello di Emanuele Kant, che puzza di prussianesimo, mentre l’Orsi ci tiene ad essere… bavarese, ma l’altro che dice banalmente, francamente: il silenzio è d’oro e la parola è d’argento.

Il conte Orsi, quando avrà tempo e voglia di compiere uno sforzo dialettico, non è improbabile che modifichi la «tradizione della tradizione» asseverando che la parola è appena appena di rame…

E sarà quello il piú grande sforzo intellettivo della sua onorata esistenza. E allora bisognerà farlo anche lui senatore.

(12 marzo 1916).