Risposta ad un anonimo

Gramsci, Antonio

Ci scrive un ignoto:

 

La vostra campagna per i conti dell’Esposizione non giova ai poveri cristi proletari, che non hanno versato nessuna azione perché la fiera patriottica riuscisse piú sontuosa e vi fosse maggior quantità di biada per le robuste mascelle degli amministratori. Essendo gli azionisti tutti borghesi, se denaro è stato mangiato, ben mangiato: rubare ai ladri non è peccato, come ammette anche il Vangelo.

 

L’ignoto ha torto, doppiamente torto. Intanto anche a Torino, dove la divisione delle classi si è venuta sempre piú chiarificando, non bisogna credere che tutto sia fatto da parte del socialismo. Vi sono ancora strati profondi di popolazione nei quali ancora la nostra parola non ha presa, gruppi di salariati che, per tradizione familiare, per formazione mentale non vogliono partecipare alle nostre lotte, e coi quali la presa di contatto può solo avvenire attraverso la dimostrazione dell’insipienza e della disonestà dei ceti dirigenti. La paura di essere condotti al fallimento può ben spingere non pochi ad avere il coraggio di saltare il fosso, di innestarsi nella corrente della lotta di classe dalla quale finora si sono tenuti appartati. E non è a dire che lo scoprire i ladri sia solo compito dei questurini. Ogni onesto galantuomo dovrebbe avere il coraggio di smascherare i truffaldini di qualsiasi parte e tendenza essi siano. La vita sociale, se fosse liberata da tutti i bacteri che ne intaccano il tessuto connettivo, si svolgerebbe con maggior sincerità e con meno barcollamento e crisi che nuocciono a tutti, proletari e borghesi. Ma poi non è affatto vero che i ladri dell’Esposizione non lo siano anche dei contribuenti proletari.

Fatto si è che si sta preparando una legge di Stato che deve provvedere a tappare tutti i buchi e le falle aperte dai rosicchianti nella carcassa amministrativa della festa del cinquantenario, e questa legge non domanda mica i soldi alla borghesia, o una tassa speciale sul capitale: li domanda alle entrate generali del bilancio nelle quali confluiscono, e in preponderanza, i soldini e le lirette dei meno abbienti, anche dei piú miserabili. Non si tratta quindi, come pare creda l’ignoto che ci scrive, di taglierini preparati in famiglia tra borghesi, che vengono fatti e conditi da qualche minchione e mangiati da qualche altro lestofante. Si tratta del fatto che il conto, e ben salato, deve essere pagato da tutti, e il proletariato, prima di pagare, vuole almeno sia soddisfatta la curiosità che ha di sapere chi furono i piú ventruti banchettatori, e se qualcuno di essi non sia possibile mandarlo alle Nuove per la digestione. Noi facciamo del nostro meglio per ottenere che il proletariato sia soddisfatto, e non crediamo di fare opera del tutto inutile.

(29 gennaio 1916).