Scorrettezza

Gramsci, Antonio

Il direttore della «Gazzetta dei tribunali» mi ha rivolto una paternale cosí amorevole, che ancora, mentre scrivo, ne sono commosso. Prendo atto che l’avv. Brusasco approva certi attacchi personali dell’«Avanti!» nei riguardi della faccenda dei conti dell’Esposizione. Egli però non è convinto della giustezza di altre nostre invettive ed eccolo a protestare per gli attacchi a questa o quella persona. Si parla addirittura di aggressione personale. Non voglio giustificarmi e dire, anzi, ripetere le ragioni che ci hanno indotto a collocare sotto la Mole, a mo’ d’esempio, il signor Lettel e il signor Nofri. L’avv. Brusasco, che pare legga assiduamente il nostro giornale, è invitato a rileggere le nostre espressioni «aggressive» e constaterà che esse derivano da una ragione tutt’altro che cervellotica. Apprenderà che il signor Lettel è quegli che tentò di accreditare sul suo giornale la turpe calunnia di un’intesa pecuniaria tra i socialisti torinesi e certe alte personalità politiche estranee al nostro partito; e l’accreditamento era tentato proprio quando molti nostri compagni erano in carcere. L’avv. Brusasco ignora anche la conferenza dell’on. Nofri agli allievi ufficiali. La serie delle conoscenze dell’on. Brusasco non è finita qui. Egli può farsi dare la raccolta di un certo giornale nazionalista che si stampa a Torino e in esso troverà che in fatto d’insinuazioni e di calunnie antipaticamente, sconciamente provincialesche noi socialisti torinesi siamo sempre in debito presso certi avversari. Ora l’avv. Brusasco ci invita a fare i bravi figliuoli; ci dice che per la resa dei conti abbiamo ragione, per altri casi, no. Il direttore della «Gazzetta dei tribunali» esprime un giudizio puramente soggettivo che non confà al caso nostro. Perché le nostre «aggressioni» irruenti colpiscono nelle persone un’espressione politica, non il singolo, ma l’avversione politica. A gente come quella che l’avv. Brusasco fa oggetto della sua difesa giornalistica, noi non possiamo certo mandare a regalare piatti di lattemiele; però si convinca il Brusasco che gli attacchi nostri non derivano mai da una bassa ragione di risentimento personale: v’è in essi solo la ragione politica. Politicamente noi non possiamo essere tolleranti, imparziali; non siamo, per dirla con una bella espressione di un grande e perfido aggressore della parola quale Federico Nietzsche, ranocchi d’oggettività, né possiamo praticare nella nostra carne di militanti nel partito della lotta di classe iniezioni di sangue d’agnello.

E non si parli, per carità, di volgarità. Il direttore della «Gazzetta dei tribunali» non dimentichi la rubrichetta che il suo giornale dedica settimanalmente ad alcuni socialisti torinesi. Non parli di volgarità a noi che di contro alla volgarità vera di certi avversari ci vien fatto di ricordare e di ripetere l’invettiva carducciana. Perché anche noi ci sentiamo plebei, e non vogliamo essere gentili; amiamo le intemperanze plebee e le irruenze polemiche che tradiscono la nostra repressa volontà d’azione e la nostra indomita passione politica. E plebeamente continueremo ad attaccare e rivendicare il diritto d’aggressione contro tutte le volgarità e anche contro coloro che confondono il plebeo col volgare.

(14 febbraio 1916).