Sessantaquattro e tredici

Gramsci, Antonio

Sessantaquattro è il numero dei consiglieri della maggioranza. Sessantaquattresimo è il sesto preferito dai librai che lanciano nel mercato i libri della cultura spicciola, quelli che si mettono nel taschino del panciotto, che si offrono alle signore tra una chicchera di the e l’altra, e si buttano via senza rimpianto, perché non starebbero bene in nessun scaffale, accanto agli altri volumi, seri, composti, gravidi di pagine e di contenuto. Fra i sessantaquattro ci deve essere, e c’è infatti, un sessantaquattresimo, un tomino gingillo, un bebé dei padri coscritti, che lo accarezzano e gli fanno festa quando è utile sfogliarlo, e lo mettono nel taschino o in soffitta quando la sua vocetta stridula e balbettante dà noia o è fuori luogo. Accanto alla cultura accademica dei professori come Foà, Einaudi, Ruffini, ecc., accanto alla onniscienza squarquoia di Teofilo Rossi e di Luigi Grassi, rappresentanti l’intellettualità libera, l’autodidattismo, la vecchia tradizione del giornalismo piemontese un po’ togato, ma battagliero, la critica musicale e letteraria del Piemonte buzzurro, che imponeva Wagner al becerismo fiorentino stornellaio e piedigrottaio della nuova Italia. Come l’ape della favola ha vagato di fiore in fiore nel giardino della cultura, ma il sesto è rimasto sessantaquattresimo. Demi-mondaine dell’intellettualità, non può liberarsi del baco che lo rode, che lo deturpa; non riesce mai a farsi prendere sul serio, ad uscire dalla cerchia dell’occasionale, dell’attimo fuggente, per occupare anche un modesto posticino fra gli in quarto e gli in ottavo delle biblioteche serie. Severo giudice dei bilanci altrui, successore in pectore ieri di Teofilo Rossi, d’un tratto mostra il puntino nero d’un baco che lo insozza, e la risatina degli amici, che se ne accorgono, lo rimandano nel limbo delle probabilità. Quando pare piú assorto in un problema serio, angoscioso, la sua attenzione divaga per una preoccupazione futilissima. Gli è che nel suo spirito il futile e il serio, l’angoscioso e il grottesco si confondono, si conguagliano; il baco lavora e il cervello perde la nozione dei valori. Mentre tutti sono assorbiti nei problemi dell’ora, mentre il comune si dibatte preso da ogni parte nella morsa degli errori accumulati in sette anni di sgoverno rossiano, l’uomo del baco, l’ex assessore, il sindaco rientrato è travagliato da un «essere o non essere?», che lo pone fuori di sé. Finalmente si decide, prende la sua autorità a due mani e fa togliere dall’anticamera del consiglio il n. 13 dei portamantelli. Sospira liberato da un incubo; ripensa ai sotterfugi, agli anticipi d’orario, ai giochi di nascondino cui dové ricorrere per liberare i suoi indumenti dall’influsso di quel numero fatale, gli sforzi fatti durante i discorsi ponderosi per vincere l’afasia mentale che l’incubo del 13 gli procuravano. Sospira il pover’uomo, tranquillato, alfine sicuro del segretuzzo professionale che avrebbe dovuto nascondere il puntino nero del baco. Ma ahimé, il mondo è cattivo; butta nell’immondezzaio le meline fradice, non risparmia i graziosi gingilli, ma vuol vedere, come ogni bimbo bizzoso, come essi sono fatti. Rimettiamo dunque anche noi il tomino in sessantaquattresimo nel taschino del panciotto, dimentichiamo d’averlo trovato per caso in fondo ad un cassetto polveroso, fra una monetina greca ed una miniatura falsa, mandiamolo al balôn; ce ne daranno quattro soldi; e francamente, esso non vale di piú.

(4 luglio 1916)