Storia antica e democrazia

Gramsci, Antonio

«Il vostro consesso, deliberando il premio Bonaparte a Guglielmo Ferrero, ha nobilmente compreso i vincoli nascosti che uniscono la scienza e l’azione, il progresso delle idee e quello dei popoli». Cosí dice il telegramma spedito alla Société des gens de lettres di Parigi dal comitato torinese, costituitosi per onorare il premiato, e del quale fa parte, fra altre egrege persone, anche un cognato del Ferrero.

Curiosa fortuna, quella di Guglielmo Ferrero! In Italia il suo nome, dopo un primo scoppio d’entusiasmo giornalistico che lo battezzava grande storico e grande scrittore, ha avuto un melanconico tramonto ed è ormai avvolto di luce crepuscolare. In Francia invece il Ferrero passa ancora per una figura rappresentativa della nostra ultima generazione e della intellettualità piú raffinata, e le accademie lo premiano credendo di farci un grande piacere. In Italia viene bocciato all’esame di libera docenza, i suoi volumi di storia romana vengono sottoposti da parte dei competenti ad una critica spietata che ne mette in rilievo tutte le incrinature, tutte le deficienze e le erronee amplificazioni; e tuttavia qualcuno parla ancora di progresso della scienza e delle idee. È vero che nessuno dei firmatari del telegramma è studioso di storia antica, ma tuttavia un po’ piú di precauzione sarebbe da augurare in persone serie e assennate come il prof. Pastore e il prof. Silvestri.

La ragione della fortuna di Guglielmo Ferrero non è difficile da ritrovare. La pubblicazione dei suoi volumi su Roma coincise con un periodo di infatuazione democratica, che, se procurò all’Italia alcune libertà indispensabili, mise anche in circolazione una quantità di gente che molto piú utilmente avrebbe potuto rimanere nell’ombra. Pressapoco, ciò che in piccolo successe a Tommaso Monicelli per il teatro e ad Enrico Ferri per la scienza criminale. Applaudire una commedia di Tommaso Monicelli era affermazione di partito; esaltare la scienza ferriana era affermazione di partito. Tramontati dall’orizzonte socialista, i due tramontarono anche dall’orizzonte intellettuale. Le «speranze» del nuovo teatro e della nuova scienza rimasero quelle che erano: degli stopposi manipolatori di parole senza possibilità di sviluppo, dei palloncini che il proletariato aveva gonfiati del suo entusiasmo sincero e che si sgonfiarono appena venne a mancare in loro la fede.

Cosí fu per Guglielmo Ferrero. L’inquadramento che egli fece della storia romana nei clichés democratici del tempo, sembrarono una grande novità e furono esaltati come un progresso. Come potevano sapere i lettori delle migliaia di esemplari dei libri ferreriani che tutte quelle costruzioni erano in gran parte cervellotiche, che l’autore aveva, per esempio, del greco solo una nozione superficiale che lo faceva cadere in errori grossolani e ridicoli? Gli studiosi sorridevano, punzecchiavano, ma i loro appunti erano fatti passare per rivolta accademica contro chi si faceva leggere, e d’altronde le riviste erudite non potevano competere in popolarità con le edizioni Treves. L’aneddoto del tiranno che Ferrero diceva un Menelik dell’antichità e che era soltanto… una misura di lunghezza, non ebbe quella fortuna che si sarebbe meritato. Eppure poteva servire da indice. Immaginate un francese che scriva la storia d’Italia e in un testo trovi citata la Regia Gabella, e confondendo regia con regina, imbastisca tutto un romanzo sulla ipotetica signora Gabella, ricordando per metterla in rilievo Messalina o la Pompadour, o Giovanna di Napoli! Chissà che risate! Ebbene: il Ferrero fece uno sproposito simile. Trovò il nome di una misura lineare accompagnata dall’aggettivo regio, che i greci repubblicani usavano per tutte le cose persiane o asiatiche, e costrusse su quel disgraziato nome il romanzo biografico di un Menelik dell’antichità. La democrazia non trovò a ridire, e lo storico rimase ugualmente un fautore del progresso. E anche oggi, quando il «Secolo» pubblica un suo articolo da Parigi o da Tombuctú, qualcuno esclama: — Che peccato! E pensare al Ferrero d’altri tempi, cosí vivace, cosí vibrante di fantasia e di freschezza!

Ma Ferrero non è cambiato; solo è sparita dalla sua testa l’aureola che allora la circondava.

I francesi, che sono sempre arrivati con un ritardo di venti anni a conoscere ciò che succede in Italia, vedono ancora Ferrero con l’aureola e lo premiano. Contenti loro…

(24 marzo 1916).