Vanità, virtù, cardinale

Gramsci, Antonio

È veramente esasperante che non si riesca una volta ad andar d’accordo con Teofilo Rossi. Ne siamo veramente desolati: tanto piú che vorremmo riuscire a sorprendere il segreto che gli permette di essere sempre cosí ilare, cosí cuorcontento, cosí riboccante di saporose virtú paesane come una pagnottella gravida di mentastro e di strutto appena sfornata da una contadinotta piena d’appetito.

È sicuro di sé, il buon uomo, certo di rappresentare una grande parte nel mondo, e la vanità lo nutre. La vanità è la pianticella che con piú amore egli coltiva nel chiuso orto della sua coscienza, innaffiandola quotidianamente con abbondanti cascatelle di metallici dischi e di pergamene leggiadramente miniate. Essa gli diventa la leva che muove l’universo. Se ne serve nelle sue funzioni sindacali, come ultimo rimedio, come mezzo estremo. Per la sottoscrizione — dopo un anno di frasi reboanti, di pappardelle melense ispirate alla letteratura che corre le bancherelle dei libri usati — ha trovato il rimedio dell’albo d’oro, della pubblicazione cortigiana in cui sfileranno facendo bella pompa di sé tutti i sottoscrittori, ai quali sono state mandate per rincalzo nuove circolari che promettono gloria e fama a caratteri vistosi per quelli che maggiormente si distinguono.

E può darsi che Teofilo Rossi, in tal materia giudice competente quant’altri mai, abbia ragione d’essere persuaso che la vanità possa sui ricchi torinesi piú che il «senso del dovere». Si tratta nientemeno di «far conoscere agli italiani, nella prima ricorrenza dell’anniversario della dichiarazione di guerra, la meravigliosa attività patriottica torinese nell’assistenza civile e in tutte le sue svariate forme in quest’anno memorabile». Ed i torinesi ci tengono ad ogni forma di primato di fronte a tutte le altre città d’Italia, sebbene non sentano affatto la voluttà di procurarsi questo primato col sacrificio.

Ecco, noi siamo piuttosto dell’avviso che questa meravigliosa attività fosse conosciuta dalle famiglie dei soldati di Torino ed in forme concrete, in tanto danaro sonante. Vorremmo che fosse pubblicato e diffuso tra le famiglie dei sussidiati un libro in cui accanto ad ogni offerta fatta fosse segnato in cifra l’offerta che ciascun sottoscrittore avrebbe potuto e dovuto fare, in base ai dati catastali e fiscali. Vorremmo che fosse dimostrato come al sacrificio di sangue abbia corrisposto un sacrificio adeguato di reddito da parte della grassa borghesia. Che fosse diffuso il senso del dovere che si ha verso le famiglie dei combattenti di sostituire in qualche modo le braccia che non possono lavorare e produrre. Ma è questa una nota stonata nella ilare e sbracata comprensione delle proprie funzioni che ha Teofilo Rossi.

Tra la vanità e il dovere c’è un abisso incolmabile, ed il Rossi aborre dai salti nel buio. Tanto piú che dovrebbe cominciare da se stesso e non si può domandare a nessuno il suicidio per dissesti morali.

(20 maggio 1916).