Veterinario in film

Gramsci, Antonio

Alle 11 e mezzo, nella sala di visita medica dello stabilimento, a gruppi stazionano gli operai che aspettano la visita del veterinario che li ha in cura. Veterinario, sicuro, dicono i pazienti, perché esamina a colpo d’occhio. Gli operai parlano, è vero, sanno dire ciò che sentono, ma diamine, si sa che i sintomi da loro denunciati sono montature, esagerazioni per avere la vacanza, per darsi alla baldoria. E allora, è come non parlassero, come fossero dei bruti recalcitranti al lavoro; ma il medico diventa veterinario; l’illazione è semplice, ma logicissima.

L’attesa illanguidisce di piú gli aspettanti; i minuti passano, il mezzogiorno è vicino. Intanto i caposquadra notano la prolungata assenza dei loro subalterni, e accolonnano le multe di due lire. Ah! Questi operai! Date loro un mignolino di tolleranza e se ne prendono una spanna. Gentaccia, già si sa. Un vocio intenso, sorde imprecazioni fra i denti. Il sorvegliante d’ordine osserva e non è avaro nello stendere rapporti contro i sobillatori, contro quelli che predicano la ribellione. Perché, come è noto, il disordine è sempre nel basso, e protestare contro chi non fa il proprio dovere, non è tendenza all’ordine, è ribellione.

Ma il… veterinario arriva finalmente, e i quaranta operai si preparano per sfilargli innanzi a turno. Primo, un piccolo vecchio timidissimo, che si raggomitola tutto innanzi alla superba mole del suo giudice dai baffi spinosamente spavaldi. Dice umilmente che si sente stanco, che le tredici ore di lavoro intenso, gli straordinari lo schiantano; gli dolgono le reni, ha frequenti nausee… Uno sguardo complessivo: un purgante e l’ordine di continuare con le tredici ore.

Il secondo operaio ha una scheggia in un occhio; l’estirpazione è rapidissima; le pinze frugano nella piaga… proprio come nei paesi di montagna i flebotomi con le tenaglie rugginose frugano nella gola del cavallo per togliere la sanguisuga ingurgitata con l’acqua dei ruscelli. E non vale il mal di capo spiegabilissimo; bisogna ritornare alle due. A un tentativo di protesta, il Dulcamara nota nome e cognome annunziando una visitina dei reali carabinieri in caso di assenza.

La sirena annunzia la cessazione del lavoro. Il numero dei visitandi si fa piú esiguo. Molti operai abitano lontano, bisogna essere di ritorno in orario, e bisogna pur mangiare; il dottore è soddisfattissimo: se vanno via… evidentemente non hanno nulla. I suoi ritardi, le multe per i ritardi degli altri… invenzioni. L’operaio è una macchina, che diamine, e bisogna produca. Il malessere, la stanchezza, cose da sovversivi indisciplinati e perversi. Un terzo: gli dolgono le reni, ha una tosse secca che lo squassa tutto ad ogni istante; potrebbe essere tubercolotico, e non domanda che un po’ di riposo, per ripigliare dopo con piú vigore. Un po’ di acqua di sedlitz, accennano i due baffi. Una protesta: due lire di multa, e l’ordine regna una volta di piú. E cosí via: un quarto, che ha la mano mezza schiacciata, che è stato medicato in fretta e furia, senza nessun esame della ferita, viene rimandato alla prossima visita. Per intanto non deve assentarsi, il ritmo del lavoro non deve illanguidire, gli industriali non devono, per un capriccio della macchina, veder decurtati i loro guadagni onesti. E la parodia continua cosí finché un’automobile non arriva sbuffando a condurre via l’Esculapio per il meritato desinare, ancor fresco, attillato, rubicondo. Non maniche rimboccate, non impuri contatti con pelli arse dalla febbre, con piaghe sanguinolenti, con polsi neri di fuliggine… Quante pretese in questi benedetti proletari; vorrebbero un medico, non un veterinario, vorrebbero le cure complicate, ma l’Esculapio non si lascia scuotere; il dovere è vangelo per lui. Ma già, con tanta predicazione di materialismo, di panciafichismo, non fa piú meraviglia che anche i subalterni tengano alla vita, alla sanità, alla integrità fisiologica. Fossero i cavalli del reggimento, il veterinario diventerebbe subito medico, perché i cavalli costano un occhio del capo e il loro numero è limitato.

Ma si capisce: queste sono frasi da comizio, buone per sobillare gli incoscienti. Mentre la disciplina, l’ordine, riempiono la bocca ed assicurano la vittoria.

(4 agosto 1916).