Capitolo I

L'atavismo e l'epilessia nel delitto, e nella pena.

Dopo quanto qui esponemmo chiara risulta l’inanità del vecchio edificio criminologico.

Abbiamo potuto sostituirgli un edificio più saldo nelle sue basi?

Se l’orgoglio per un lavoro lungamente faticato non ci accieca, crediamo di sì.

E prima di tutto non può rimaner dubbio che assai più del delitto in astratto si debba per ben difendercene studiare il delinquente, che quando è atavico—reo-nato—presenta in una proporzione che va fino al 35% molti caratteri diversi dal normale.

Chi ha percorso il 1º volume avrà potuto convincersi, infatti, come molti dei caratteri che presentano gli uomini selvaggi, le razze colorate, rincorrono spessissimo nei delinquenti nati. Tali sarebbero, p. es., la scarsezza dei peli, la poca capacità cranica, la fronte sfuggente, i seni frontali molto sviluppati, la frequenza maggiore dell’ossa wormiane, specie epactali, le sinostosi precoci, specialmente frontali, la salienza della linea arcuata del temporale, la semplicità delle suture, lo spessore maggiore dell’ossa craniche, lo sviluppo enorme delle mandibole e degli zigomi, il prognatismo, l’obliquità delle orbite, la pelle più scura, il più folto ed arricciato capillizio, le orecchie voluminose; si aggiungano l’appendice lemuriana, le anomalie dell’orecchio, l’aumento di volume delle ossa facciali, il diastema dentario, la grande agilità, l’ottusità tattile e dolorifica, la buona acuità visiva, la disvulnerabilità, l’ottusità degli affetti, la precocità ai piaceri venerei e al vino e la passione esagerata per essi[1], la maggiore analogia dei due sessi, di cui diamo nei Dinka una dimostrazione (vedi Appendice), la minore correggibilità nella donna (Spencer), la poca sensibilità dolorifica, la completa insensibilità morale, l’accidia, la mancanza di ogni rimorso, l’impulsività, l’eccitabilità fisico-psichica e sopratutto l’imprevidenza, che sembra alle volte coraggio, e il coraggio che si alterna alla viltà, la grande vanità, la passione del giuoco, degli alcoolici o dei loro surrogati, le passioni tanto fugaci quanto violente, la facile superstizione, la suscettibilità esagerata del proprio io e perfino il concetto relativo della divinità e della morale.[2]

Le analogie vanno fino ai piccoli dettagli, che male si saprebbero prevedere, come p. es.: le leggi improvvisate dentro le associazioni, l’influenza tutta personale dei capi (Tacito, Germ., VII), il costume del tatuaggio, i giochi spesso crudeli (vedi Appendice), l’abuso dei gesti, il linguaggio onomatopeico con personificazioni di cose inanimate, la stessa speciale letteratura che ricorda quella dei tempi eroici, come li chiamava il Vico, in cui si lodava il delitto e il pensiero tendeva a vestire, preferentemente, la forma ritmica e rimata.

Questo atavismo spiega l’indole e la diffusione di alcuni delitti. Così mal si saprebbe spiegare la pederastia, l’infanticidio, che coglie intere associazioni, se non ricordando l’epoche dei Romani, dei Greci, Chinesi, Taiziani, in cui non solo non erano considerati come un delitto, ma anzi qualche volta un nazionale costume; ed ecco forse intravveduta una spiegazione del frequente associarsi dei gusti estetici nei pederasti, appunto come nei Greci antichi.[3]

Il Garofalo ha mirabilmente riassunto i caratteri psichici del delinquente-nato, nell’assenza del senso di pudore—del senso di probità—del senso di pietà, che sono poi i caratteri più essenziali dell’uomo selvaggio (Criminologie, 2e édit., 1895).

Per chi, come Reclus e Krapotkine, obbietti, che però v’hanno popoli selvaggi buoni, pudichi e giusti, basta rispondere: che vi vuole un certo grado di densità, di associazione negli uomini perchè alcuni delitti vi si svolgano: che non si può rubare quando non vi sia proprietà, nè truffare quando non vi sieno commerci; ma il fatto che appena il selvaggio diventa barbaro, o s’avvicina almeno di un grado ai popoli civili, presenta sempre ed esagerati i caratteri criminosi, prova che essi vi esistevano in germe; e poi Ferrero[4] ci fece accorti che anche quando la probità e il pudore esistono nei selvaggi, non vi manca mai la impulsività che si traduce in momentanee sì, ma tremende ferocie, appunto come in molti criminali apparentemente buoni; nè manca mai l’odio del continuato lavoro (che è pure un altro dei caratteri essenziali del criminale), tanto che il passaggio al lavoro attivo e metodico, si fece solo mediante la selezione e i martiri della schiavitù.

«Gli Americani del Nord, come quelli del Chili… consumano il tempo in una indolenza stupida… tutta la felicità che desiderano è la liberazione del lavoro. Restano intere giornate sdraiati nell’hamac, o seduti per terra, senza cambiare posizione, senza levar gli occhi da terra, senza pronunciare una parola». «È quasi impossibile trarli fuori da questa indolenza abituale… essi sembrano assolutamente incapaci di ogni sforzo vigoroso».

Degli Australiani, Peron dice che nulla può vincere la loro indolenza… «Essi vedono accanto a loro défricher le terre, osservano il lavoro dei nuovi coloni; strumenti e semi sono loro offerti; ma nè l’esempio nè la speranza di una sorte migliore li seducono al lavoro».

Mirabilmente chiare e precise sono in questo le testimonianze di Tacito rispetto agli antichi Germani ancor barbari. La impulsività loro, specialmente nella collera, risulta dalla frequenza delle uccisioni degli schiavi per impeto d’ira, che non erano considerate come azioni colpevoli. D’altra parte la capacità al lavoro regolare era scarsa; «hanno, scrive Tacito, grandi corpi, ma validi per azioni di slancio, non pazienti ai lavori regolari». «Quando non hanno guerre… non fanno nulla, dormono e mangiano. I più forti e guerreschi stanno in ozio, lasciano alle donne, ai vecchi, ai più deboli la cura della casa e dei campi, istupidendosi essi poi per loro conto nell’inerzia».

Talora invece, la impulsività sembra congiungersi piuttosto che con una inerzia fisio-psichica, con un insaziabile bisogno di movimento fisico, e una specie di inquietudine motoria che si traduce nei popoli selvaggi in una vita continuamente vagabonda e senza scopo: così la psicologia degli Andamani si riassume tutta, scrive Hovelacque, in «inconsistenza di spirito e capricci… Il miglior amico deve star sempre guardingo; una parola, un gesto interpretato male può esser pagato caro». Nello stesso tempo essi sono di umore così irrequieto che «una tribù non resta mai più di due o tre giorni sul posto medesimo», e queste peregrinazioni sono fatte senza nessuna ragione, ma per il puro bisogno di muoversi.

Questo fatto sembra l’anello di congiunzione o il termine di trapasso tra la inerzia fisio-psichica e il bisogno intermittente di violente e sregolate eccitazioni fisiche e morali che si accompagna sempre alla inerzia e quindi anche alla impulsività. Così i popoli normalmente più oziosi e indolenti amano e eseguiscono le danze più sfrenate e tumultuose sino a volte a entrare in una specie di delirio furioso o di cadere sfiniti. «Quando gli Spagnuoli—scrive Robertson—conobbero per la prima volta gli americani, furono stupiti a vedere la loro furiosa passione per la danza e a osservare come un popolo, quasi sempre freddo e passivo, potesse mostrarsi di una attività vertiginosa ogni volta che si dava a questo divertimento». I neri d’Affrica danzano quasi con furore «appena si sente il suono del tam-tam—dice Du Chaillu—essi perdono ogni padronanza di sè stessi».—»È—aggiunge il Letourneau—una vera furia coreografica che fa dimenticare tutte le pubbliche e private miserie».

S’aggiunga infine che l’atavismo del delinquente può spingersi più in là, dal selvaggio fino ai bruti, ove manca ogni traccia di pudore e di pietà.

A questo ci aiuta l’anatomia patologica che col maggior sviluppo cerebellare, colla non confluenza della scissura calcarina colla parieto-occipitale interna, colla mancanza delle pieghe di passaggio del Gratiolet, l’incisura nasale a doccia, la frequenza del foro olecranico, delle coste e vertebre in più, e sopratutto colle (vedi Appendice) anomalie istologiche scoperte nella corteccia dei criminali da Roncoroni, specie colla mancanza degli strati granulari, e colla presenza di cellule nervose nella sostanza bianca fa rimontare l’atavismo dei criminali fino ai carnivori, perfino agli uccelli.

Spingendo le analogie atavistiche, così, fino al di là della razza, ci possiamo spiegare anche la frequenza della saldatura dell’atlante coll’occipite, la sporgenza del canino, l’appiattimento del palato, la concavità dell’apofisi basilare (p. 24), la frequenza della fossa occipitale mediana e il suo sviluppo straordinario, precisamente come nei Lemurini e nei Rosichianti: il piede prensile, la semplicità delle rughe palmari[5], il mancinismo anatomico, motorio e sensorio, la tendenza al cannibalismo anche senza passione di vendetta, e più ancora quella forma di ferocia sanguinaria mista a libidine, che ci manifestarono il Gille, il Verzeni, il Legier, il Bertrand, l’Artusio, il marchese di Sade, pari affatto ad altri studiati dal Brierre, in cui l’atavismo era favorito però da epilessia, da idiozia o da paresi generale, ma che sempre ricordano l’accoppiamento degli animali preceduto ed associato a lotte feroci e sanguinarie, sia per domare le renitenze della femmina, sia per vincere i rivali in amore.[6]

Anzi il primo e più grande descrittore della natura, Lucrezio, aveva osservato come anche nei casi ordinari di copula può sorprendersi un germe di ferocia contro la donna, che ci spinge a ferire quanto si oppone al nostro soddisfacimento.

Questi fatti ci provano chiaramente, che i crimini più orrendi, più disumani, hanno pure un punto di partenza fisiologico, atavistico, in quegli istinti animaleschi, di cui l’infanzia è una pallida eco, che rintuzzati nell’uomo civile dall’educazione, dall’ambiente, dal terror della pena, ripullulano, a un tratto, sotto l’influsso di date circostanze, come: la malattia, le meteore, l’imitazione, l’ubbriacamento spermatico, prodotto dall’eccessiva continenza, ond’è che si notano sempre nell’età appena pubere, nei paresici od in individui selvaggi o costretti ad una vita celibe o solitaria, preti, pastori, soldati.[7]

Sapendosi che alcune condizioni morbose, come i traumi del capo, le meningiti, l’alcoolismo ed altre intossicazioni croniche, o certe condizioni fisiologiche, come puerperio, senilità, provocano l’arresto di sviluppo dei centri nervosi e quindi le regressioni atavistiche, comprendiamo come debbano facilitare la tendenza ai delitti.

Sapendosi come tra il delinquente e il selvaggio e fino il bruto la distanza è poca, ed alle volte scompare del tutto, comprendiamo perchè gli uomini del volgo, anche non immorali, abbiano pel reo sì spesso una vera predilezione[8], se ne foggino una specie di eroe e giungano fin ad adorarlo dopo morto, e perchè i galeotti, alla lor volta, si mescolino così facilmente coi selvaggi, adottandone i costumi tutti, non escluso il cannibalismo (Bouvier, Voyage à la Guyane, 1866), come accade in Australia ed alla Guiana.

Osservando come i nostri bambini, prima dell’educazione, ignorino la distinzione tra il vizio e la virtù, rubino, battano, mentano senza il più piccolo riguardo, ci spieghiamo come tanta parte dei figli abbandonati, orfani ed esposti si dieno al male, ci spieghiamo la grande precocità del delitto.

L’atavismo ci aiuta ancora a comprendere l’inefficacia nei rei-nati della pena, ed il fatto singolare del ritorno costante e periodico d’un dato numero di delitti; comechè le più grandi variazioni che abbia offerto il numero dei reati contro le persone (scrivono A. Maury e Guerry), non sorpassassero un venticinquesimo, e per quelli contro la proprietà, un cinquantesimo.[9] Si vede, osservava assai bene Maury, che siamo governati da leggi mute, ma che non cadono in dissuetudine mai, e che governano la società più sicuramente delle leggi scritte nei codici.

Epilessia.—Ma gli stessi fenomeni atavici che si trovano nei delinquenti nati si rinvengono nei pochi esemplari di pazzi morali (Vol. II, pag. 1-56) che si poterono studiare minutamente, pochi, dico, poichè non assumono questo nome che quei rari delinquenti nati che si trovano nei manicomi, e su più grande scala e ben più sicuramente negli epilettici, siano essi criminali o non criminali (Vol. II, pag. 71-201), come chiaramente basta a provare questa tabella riassuntiva costruttami dall’egregio dottor Roncoroni in cui si vede che nessuno dei fenomeni atavici dei delinquenti manca negli epilettici, i quali anche hanno in più alcuni fenomeni prettamente morbosi, come cefalee, ateromi, delirii, allucinazioni.

Ma del resto anche nei rei-nati oltre gli atavici abbiamo veduti e vediamo più nettamente, nella tabella alla pag. seg., alcuni caratteri che parevano solo patologici e atipici, o che almeno sulle prime ricordano più l’anomalia e la morbosità che con l’atavismo, per es., nel campo anatomico l’esagerata asimmetria cronica e facciale, ed ora la troppo grande, ora la troppo piccola capacità, la sclerosi, le traccie di meningiti, la fronte idrocefalica, l’oxicefalia e acrocefalia, le depressioni craniche, i numerosi osteofiti, le sinostosi precoci, le asimmetrie toraciche, l’ernia, la canizie e calvizie tardiva, le rughe anomale, il torace ad imbuto, nel campo biologico le alterazioni dei riflessi, le ineguaglianze pupillari. Si aggiungano gli scotomi periferici del campo visivo, che come vedemmo nei Dinka non esistono mai nei selvaggi—che ne presentano (vedi Appendice) anzi una eccessiva regolarità ed ampiezza, le alterazioni dell’udito, del gusto e dell’odorato, la lateralità illustrata singolarmente dall’ergografia, l’amore alle bestie, la precocità ai piaceri venerei, le amnesie, le vertigini, le manie e paranoie.

Delinquenti Epilettici Fenomeni atavici Fenomeni di arresto di sviluppo Fenomeni morbosi Fenomeni atipici
Cranio:
Esagerazione di volume + + + +
Diminuzione di volume, microcefalia + + + + + +
Sclerosi + + + + +
Esostosi + + +
Asimmetria + + +
Fossetta occ. mediana + + +
Indici craniani esagerati + + +
Archi sopraccigliari esagerati + + +
Fronte bassa sfuggente + + +
Fronte idrocefalica + + +
Osteofiti craniane + + +
Wormiani numerosi + + + +
Sutura metopica + + + +
Sinostosi precoce + + +
Sutura cranica semplice + + +
Orbite oblique + + +
Faccia:
Appendice lemuriana + + +
Mandibole ipertrofiche + + +
Zigoma sporgente voluminoso + + +
Diametro biangolare mascellare + + +
Orecchie ad ansa, voluminose + + + +
Asimmetrie facciali + + +
Strabismo + + +
Fisionomia virile in donna + + +
Diastema dentario + + +
Anomalie ossa nasali + + + +
Anomalie denti + + +
Aumento sviluppo ossa facciali + + +
Cervello:
Anomalie circonvoluz. scissure + + + +
Peso minore + + + +
Ipertrofia cervelletto + + +
Alterazioni istologiche corteccia + + + +
Traccie di meningite + +
Corpo:
Asimmetria toracica + + +
Piede prensile + + +
Mancinismo anatomico + + +
Frequenza delle lesioni viscerali + +
Ernia + + + + +
Semplicità delle pieghe palmari + + + +
Torace ad imbuto + + +
Delinquenti Epilettici Fenomeni atavici Fenomeni di arresto di sviluppo Fenomeni morbosi Fenomeni atipici
Cute:
Rughe + + +
Mancanza di barba + + + +
Colore olivastro + + +
Tatuaggio + +
Canizie e calvizie tardiva + + +
Capelli neri e crespi + + +
Anomalie motorie:
Mancinismo ed ambidestrismo + + +
Alterazione dei riflessi + + +
Pupilla ineguale + + +
Agilità esagerata + + +
Anomalie sensorie:
Ottusità tattile + + + +
Ottusità dolorifica e generale + + + +
Grande acuità visiva + + +
Ottusità udito, gusto, olfatto + + + +
Mancinismo sensorio + + + +
Scotemi periferici e. v. + + +
Anomalie organiche:
Disvulnerabilità + + +
Anomalie psichiche
Intelligenza limitata + + + +
Superstizione + + +
Affetti ottusi + + + +
Amore alle bestie + + +
Senso morale ottuso + + + +
Assenza di rimorso + + +
Impulsività, cannibalismo, atti feroci + + + + +
Pederastia, onanismo, oscenità + + +
Credenze religiose esagerate + + +
Vagabondaggio + + +
Precocità enorme sessuale ecc. + + + +
Vanità + + +
Spirito d’associazione + +
Simulazione + +
Accidia, inerzia + + + +
Imprevidenza + + +
Viltà + + +
Passione del gioco + + +
Mania, paranoia, delirio + + +
Vertigine + + +
Memoria aumentata + + +
Cause:
Ereditaria (nei parenti, alcoolismo, pazzia, epilessia, genitori vecchi) + +
Alcoolismo + +
Uguale distribuzione geografica + +

Queste deviazioni che si trovano in proporzione maggiore nei degenerati in genere, idioti, cretini, si spiegano appunto coll’innestarsi all’atavismo, oltre che dell’intossicazioni alcooliche (donde l’ateroma, i tremori), dell’epilessia. Ma l’intervento di questa non distrugge l’atavismo, perchè essa congloba insieme caratteri che sono atavici e patologici, come la macrocefalia, la sclerosi cranica, le orecchie ad ansa, le ossa vormiane, la barba scarsa ecc. (v. s.) e nel campo biologico il mancinismo, l’analgesia, l’ottusità dei sensi, salvo della vista, l’impulsività, la pederastia, l’oscenità, l’inerzia, la superstizione, il frequente cannibalismo, l’impetuosità, l’iracondia, la tendenza a riprodurre grida ed atti animaleschi (abbaiamenti, morsi)—e sopratutto le anomalie istologiche della corteccia sopradescritta nei criminali (vedi Appendice) che riproducono le condizioni degli animali inferiori.

Ricordiamo come Gowers, avendo notato atti bestiali frequenti negli epilettici, quali abbaiare, miagolare, bere sangue, conclude: «Sembra che queste siano manifestazioni di quella istintiva animalità che possediamo allo stato latente» (Epilepsy, London, 1880). Che se mancano spesso nei criminali-nati gli accessi epilettici completi, gli è che molte volte essi sono latenti, e compaiono in epoca tardiva sotto date cause (ira, alcoolismo) che li mettono in mostra; vedemmo poi che la psicologia dell’epilessia è parallela a quella dei rei: in entrambi, infatti, si ha insufficiente sviluppo dei centri superiori, che si manifesta colle alterazioni del senso morale, dell’affettività, coll’inerzia, coll’ipereccitabilità fisio-psichica, e sopratutto col disquilibrio delle facoltà psichiche, le quali anche quando son geniali ed altruistiche presentano lacune e completo contrasto ed intermittenza eccessiva. Nell’epilessia si aggiunge l’irritazione, l’ipereccitabilità di determinati centri corticali, che dànno luogo ad accessi convulsivi, o sensorii, o psichici; fenomeni che anche nei delinquenti appaiono, benchè meno spiccatamente.

Fusione dell’anomalia morbosa coll’atavismo.—Molte volte, del resto, certi caratteri frequenti nei rei e negli epilettici furono classificati come anormali o morbosi, e non per atavici solo per la scarsezza delle nostre cognizioni embriologiche e filogenetiche, e anzi anche nella Tabella, che pure non vuole essere che schematica, molti son insieme atavici e morbosi—come microcefalia, sclerosi cranica ecc.

Così l’asimmetria facciale appare atavica se si ricordano, p. es., i pleurodattili (Penta) e la ruga anomala è atavica se si studiano le scimmie e gli Ottentotti: e giustamente Penta rimonta alle abitudini nuziali dei pesci per spiegar l’esibizionismo e ai molluschi e a certi pesci per spiegare gli amori omosessuali così frequenti del resto nei nostri pseudoermafroditi: perfino l’ernie, come giustamente osservava il Feré, ricordano alcune condizioni normali nei vertebrati inferiori come nei feti; studiando i Dinka (vedi Appendice) trovo che il piede piatto sì frequente negli epilettici e rei è atavico.

E molte volte la morbosità e l’atavismo rimontano a una causa comune, come osservava in una magnifica prolusione alla clinica psichiatrica di Vienna, Wagner.[10] «L’idea, scrive egli, che l’atavismo dei criminali si fondi colla malattia specialmente fetale, trova la conferma completa nelle belle scoperte di Ettingshausen: che, cioè, se noi raffreddiamo una radice di quercia così da mortificarla solo in parte, l’anno dopo essa dà foglie, le quali non sono più simili alla foglia della quercia moderna, ma a quella dell’epoca terziaria; sicchè così si può venir in chiaro di forme fossili intermediarie e non ben distinte. Dunque, influenze che generano una malattia, possono provocare regressioni morfologiche atavistiche».

Nè l’arresto di sviluppo che è sempre parziale esclude l’energia in altre direzioni, l’energia muscolare, la neofilia, per es., e perfino l’acutezza del genio che a sua volta si compensa colla tristizia e colla mancanza di senso morale[11] per cui l’essere la pazzia morale di fondo epilettico e morboso, non esclude, ma include di necessità l’atavismo salvo i casi in cui la nostra ignoranza non ci permette di vedervelo.

E l’indole epilettica, mentre fissa il carattere clinico ed anatomico del pazzo morale e del delinquente nato, che vagavano nel limbo delle ipotesi semigiuridiche e semipsichiatriche, spiega l’instantaneità e l’intermittenza e il contrasto paradossale dei loro sintomi che è forse il loro carattere più speciale, come la coesistenza ed il passaggio dalla bontà alla ferocia, dalla vigliaccheria all’audacia spavalda, dal genio alla stupidità più completa, e del sopravvenire più frequente del delirio, e lo spirito di associazione che al di fuori degli epilettici manca sempre nei pazzi.

Criminaloidi.—Nè per essere una specie completamente diversa, quella del criminaloide manca di un rapporto coll’epilessia e coll’atavismo. Essa, oltrechè ha materialmente un numero maggiore di epilettici (10%, p. es., nei borsaiuoli), che non gli uomini normali, e una maggior proporzione di tipi criminali (17%), ha alcuni gruppi direi di anomalie specifiche presentando, p. es., nei truffatori il massimo di mancini.

Nella biologia se ha un minor numero di anomalie nel tatto, nella sensibilità, nella psicometria e sopratutto nelle calvizie e canizie, come nei tatuaggi: presenta invece una maggior quota di anomalie affatto morbose che dipendono dagli abusi alcoolici come gli ateromi, le paresi, le cicatrici. Sopratutto minore è in essi l’anomalia psichica. Manca, in essi, cioè, la passione di fare il male per il male, il cinismo: hanno più completa l’affettività, più sincera e più facile la confessione, meno raro il pentimento, maggiore forse la lascivia e l’erotismo, maggiore certo nella donna la suggestionabilità, maggiore l’alcoolismo, maggiore la precocità e la recidiva almeno nei borsaiuoli e nei ladri semplici: in gran parte son tratti al delitto da una grande occasione.—Ma non manca in essi l’impulsività epilettoide che li fa delinquere anche senza di quella. E ricordiamo Casanova confessare che quando poneva in esecuzione una delle sue truffe non la premeditava, ma gli pareva di cedere a una volontà suprema; e quel borsaiuolo che mi diceva: «Quando ci vien quell’ispirazione non possiamo resistere» (Vol. II).

E Dostoiewski ci dipinge i contrabbandieri del carcere che facevano il loro mestiere quasi per niente malgrado i gravi rischi in cui incorrevano e malgrado le più reiterate promesse di non recidivare: e Mendel e Benedikt ci descrivono i vagabondi impulsivi che viaggiano continuamente senza scopo nè riposo (Id.).

I criminaloidi sono dunque una attenuante, non una variazione della specie. Tanto è vero che i più, divenuti rei d’abitudine, grazie alla lunga dimora in carcere, non si distinguono, che grazie ai caratteri fisici, come Eiraud, dai rei-nati.

E meno ancora divariano dai delinquenti-nati quei rei latenti e potenti, che la società venera spesso come suoi capi, che hanno del delinquente-nato tutti i caratteri, ma a cui la potente posizione sociale diede un diversivo così grande, da non permettere loro di manifestarsi se non nelle famiglie, di cui sono il flagello o a spese di un intero paese, quando l’ignavia e l’ignoranza dei molti e la loro proterva energia o le tristi condizioni politiche loro permette di porsi a capo di un paese che non s’accorge della loro natura criminosa che troppo tardi.

Anche quelle specie strane di rei monomani, psicopatici sessuali che, pei moventi, come pel modo d’agire sembrano poi divariare dall’epilettico puro (Vedi vol. II, pag. 166 e 401) pure per l’ossessione, per lo spezzamento dei periodi di ideazione, per l’impulsività, per l’importanza data a certi dettagli, alla rima per es., pell’esaurirsi dopo la crisi criminosa, pella preferenza pei simboli, per le manifestazioni eccessive e intermittenti, e infine per le note ereditarie rivelano il nucleo epilettico od atavico.

Pazzi-rei—Perfino nei pazzi criminali predominano delle forme che si potrebbero dire la ipertrofia del delitto, l’esagerazione del delinquente nato così per i caratteri somatici (pag, 290, vol. II), funzionali, eziologici (pag. 298), come per la maniera di eseguire il crimine e di comportarsi dopo eseguitolo (pag. 313); sicchè, come gli epilettici, spesso ci giovarono per darci l’ingrandimento delle tendenze impulsive, oscene e crudeli dei rei, perchè essi sono in genere o epilettici larvati, o delinquenti nati, su cui s’innestò la melancolia, la monomania, per quella naturale tendenza che hanno ad impiantarsi l’una insieme all’altra le forme psichiatriche sul guasto terriccio della degenerazione. Abbiamo veduto come l’isterico, l’alcoolista, il monomane omicida, il dipsomane, il piromane, il cleptomane, l’affetto da follia transitoria, riproducano molti dei caratteri dell’epilettico, e presentino come questo una esagerazione del pazzo morale. E perfino nel mattoide, che nella calma abituale, nell’assenza di caratteri degenerativi e di eredità tanto se ne dilunga, fa capolino qualche volta quella forma epilettica che abbiamo veduto costituire il vero nucleo del crimine (Vol. II).

Rei per passione.—Quella sola serie di rei che costituisce una specie a parte, che anzi per le linee armoniche del corpo, per la bellezza dell’animo, per l’eccesso della sensibilità e dell’affettività, forma il contrasto più completo col reo-nato così come per la nobiltà della causa che ve la spinge quasi sempre d’amore o politica, pure anch’essa ha qualche punto che la riavvicina agli epilettici, come l’istantaneità e la frequente amnesia dell’atto, come la loro parentela con pazzi ed epilettici (vedi sopra, p. 226, II).

Rei d’occasione.—Non v’ha che i rei d’occasione o meglio i pseudocriminali quelli cioè che non cercano l’occasione per delinquere ma ne sono quasi cercati, trascinati dalla folla p. es., o intricati per minimi incidenti—contravvenzioni—nelle maglie del codice, costrutte troppo spesso per tendere trappole agli onesti e spiragli ai disonesti, che sfuggano a ogni rapporto coll’atavismo e coll’epilessia, ma, come notava Garofalo, essi non dovrebbero chiamarsi veramente rei.

Cause.—Nè lo studio delle cause menoma quella fatalità fissata dall’influenza organica, in un rapporto che certamente va fino al 35 e forse al 40%: le cause non sono troppo spesso che l’ultima determinante del reato che ad ogni modo sarebbe in altra occasione avvenuto, perchè troppo grande era l’impulso congenito: e lo provammo in alcuni colle costanti recidive anche senza o con minime cause, anche quando s’era mutato economicamente l’ambiente, quando sonvi tolti di mezzo tutte le circostanze che potevano favorire il delitto (deportazione): e lo provammo sopratutto con quella cifra di recidivi inglesi sempre maggiore, malgrado che l’Inghilterra abbia raggiunto il massimo sforzo per sopprimere le cause criminogene.—E poi noi abbiamo veduto come si hanno circostanze che anche pei criminaloidi sono di una tale azione che è pari all’organica, anzi diventa organica essa stessa.

Tale è l’influenza dell’eccessivo calore, negli stupri, ferimenti e assassini, ribellioni (Vol. III, p. 6-7-17), le azioni dell’alcool e dell’eredità in tutta la gamma del crimine, a cui segue l’azione della razza che in Italia coll’influenze semitiche, aumenta i reati di sangue (vol. II, pp. 24-30), come in Francia la razza belga e ligure (III, p. 36) e così dicasi dei doligocefali e dei neri (p. 37).

Ma quello che più importa è che le stesse cause che diminuiscono alcuni delitti ne aumentano altri, il che rende sulle prime disperato lo statista che voglia portarvi un rimedio. Così abbiamo visto che l’istruzione e la ricchezza diminuiscono alcuni reati feroci, specialmente omicidii, assassinii, ma aumentano e perfino ne creano altri, come bancarotte, truffe. Questo può dirsi anche delle altre cause perchè se, p. es., la densità maggiore è pur causa di una gran parte (p. 80, III) dei molti reati, truffe, furti, la molta rarefazione favorisce i reati di sangue specialmente gli associati, il brigantaggio (Id.). E se la scarsezza di alimenti è diretta favoritrice del furto boschivo, del falso, della bancarotta (III, p. 84), ribellione, incendio, il buon prezzo del frumento favorisce le percosse, l’omicidio (vol. III, pp. 80-86).

Perfino l’alcool che è dopo il calore il più grande criminogeno, sicchè se a buon prezzo aumenta tutti i reati contro le persone, e contro le pubbliche amministrazioni (p. 112) e quando è caro aumenta i rei contro la proprietà (certo per procurarsi i mezzi di acquistarne), pure presenta la strana contraddizione che dove esso è più abusato (p. 114), va parallelo a un minor numero di delitti, specie gravi, forse perchè dove è più abusato è altissima la civiltà che prevenendo l’inibizione diminuisce i delitti più feroci.

Perfino la scuola è causa di delitti, benchè quando raggiunga il massimo della diffusione ne ottenga una diminuzione.

Necessità del delitto.—Il delitto, insomma, appare, così dalla statistica come dall’esame antropologico, un fenomeno naturale, un fenomeno, direbbero alcuni filosofi, necessario, come la nascita, la morte, i concepimenti.

Questa idea della necessità del delitto, per quanto ardita possa sembrare, non è poi punto un’idea così nuova nè così poco ortodossa, come a molti può apparire sulle prime. Molti secoli fa l’avevano propalata Casaubono, quando scriveva: «L’uomo non pecca, ma è dominato in vari gradi», e S. Bernardo che dettava: «Chi è di noi, per quanto esperto, che possa distinguere nei suoi impulsi l’influenza del morsus serpentis da quella del morbus mentis«. Ed altrove: «Il male è minore nel nostro cuore, incerto è se noi dobbiamo ascriverlo a noi o al nostro nemico; è difficile sapere quanto il cuore fa e quanto è obbligato a fare». Più ancora chiaramente la manifestò S. Agostino, quando scriveva che nemmeno gli angeli potrebbero fare che uno che vuole il male voglia il bene. E certo il più audace e il più caldo sostenitore di questa teorica è un fervido credente cattolico, e anzi sacerdote, e sacerdote tirolese, G. Ruf.[12]

Indirettamente, poi, l’affermano anche i sostenitori dei sistemi più opposti ai nostri, chè quando vengano sul terreno dei fatti e perfino in quell’elastico delle definizioni contraddicono se stessi o i colleghi, o non riescono a concludere nulla.

Se si paragonano i vari tentativi dei codici, si vede, infatti, come mai riescisse al legista di fissare la teoria dell’irresponsabilità, di trovarne una definizione precisa. «Tutti convengono cosa sia mala o buona azione, ma è difficile, impossibile distinguere se l’azione prava fu commessa con piena o incompleta conoscenza del male» scrisse Mittermayer. Il May, nella sua Die Strafrecht Zurechn., 1851, scrive: «Non si ha ancora una conoscenza scientifica della responsabilità». E Mahring, Die Zukunft der peinlichen Rechtspflege, pag. 188: «Quello della irresponsabilità è un tema che la giustizia criminale in nessun caso speciale può risolvere con sicurezza»; ed infatti si dànno uomini che patiscono una incipiente pazzia, o v’hanno così grandi disposizioni che per la più piccola causa possono cadervi: altri dall’eredità sono spinti alla bizzarria e agli eccessi immorali.—La cognizione del fatto, dice Delbruk, coll’esame del corpo e dell’anima, prima e dopo il fatto, non basta a sciogliere il tema della responsabilità, ma ci vuol la cognizione della vita del reo, cominciando dalla culla fino alla tavola anatomica (Zeitsch. für Psychiat., 1854, p. 72).—Ora il reo finchè è vivo non si può sezionare.

Carrara ammette «imputabità assoluta dove è concorso di intelletto e di volontà nel commettere un’azione criminosa»; ma subito soggiunge: «sempre che questa non sia minorata dall’intervento di cause fisiche, intellettive e morali». Ora noi abbiamo veduto che non vi è delitto in cui manchino queste cause.

Anche Pessina, mentre dichiara «colui che volle ed eseguì il reato dovere rispondere innanzi alla giustizia, e l’atto di volere non ammette gradazioni intrinseche, aggiunge, poi, che queste gradazioni sono ammissibili solo quando vi è maggiore o minore libertà di elezione per causa di età, sesso, ignoranza, insania di mente, esaltazione passionevole, errore di fatto».—E sono tutte circostanze le quali si trovano presenti sempre o nell’uno o nell’altro dei reati.

Buccellati scrive: «Nello stato attuale della scienza non è esagerazione il dichiarare, che la piena imputazione, a tutto rigore, è praticamente impossibile» (Rendiconti Ist. Lomb., 1874).

Diritto di punire.—Ci si dice: Ma voi negando la imputabilità che diritto avete di punire qualcuno?—Voi dite che è irresponsabile e poi lo colpite. Quelle inconséquence et quelle dureté! (Caro, op. cit.). Ed io non posso dimenticare come un venerando pensatore, scotendo il capo alla lettura di queste pagine, mi disse: A che volete approdare con queste premesse? Forse che ci lasceremo depredare ed uccidere dalle masnade, perchè è dubbio se esse sappiano di far il male?» Rispondo: Nulla vi ha di men logico di quello che vuol esserlo troppo; nulla vi ha di più imprudente di chi voglia trarre da teoriche anche le più sicure, delle conclusioni, le quali possono portare un benchè minimo scompiglio sociale. Come il medico al letto dell’ammalato, fosse anche sicuro di un dato sistema, deve dubitarne, quando si tratti di un grave pericolo, e così deve fare il filantropo, che d’altronde, se anche tentasse innovazioni di questa specie, non riuscirebbe che a mostrare l’inutilità e l’impotenza della scienza.

Fortunatamente le cognizioni scientifiche non fanno guerra, ma colleganza e sostegno alla pratica ed all’ordine sociale.

Vi è necessità nel delitto, ma vi è necessità nella difesa e quindi nella pena che parte dalla temibilità del delinquente (Garofalo), e su questa si deve misurare.—La pena acquisterà, così, un carattere assai meno odioso, ma anche meno contraddittorio, e certo più efficace.

Io non credo vi sia alcuna teoria sul diritto del punire che si regga salda nella sua base, toltone quella che appunto ricorre alla necessità naturale, al diritto della propria difesa, l’antica teoria italiana di Beccaria e Romagnosi[13], di Carmignani ed in parte di Rosmini, di Mancini e di Ellero, che da ultimo ebbe fra noi due vigorosi propugnatori nel Ferri e Garofalo, e più ancora nel Poletti, che giunse, anche prima della comparsa di questi studi, a volere cangiato il diritto punitivo in tutela penale.[14]

Noi la vediamo in Germania propugnata da Hommel, Feuerbach, da Grollmann, da Holtzendorf, in Inghilterra da Hobbes e Bentham, ed in Francia da Ortolan e da Tissot.

Tissot dichiara che è impossibile trovare un rapporto morale tra il delitto e la pena (Introduct. phil. à l’etude du droit penal, 1874, p. 375).

In Francia è un procuratore regio che detta: «L’uomo non ha il diritto di punire, per ciò occorrerebbe possedesse la scienza e la giustizia assoluta.—Se non fosse in nome della necessità la più assoluta, come potrebbe l’uomo arrogarsi il diritto di giudicare il suo simile? Se non che, da ciò che l’uomo non poteva difendersi senza infliggere pene, si trasse la conclusione, che egli aveva il diritto di infliggerle; ma che esso questo non l’abbia davvero, si vede da ciò che appena il preteso diritto s’allontana dal fatto perde ogni valore; ne sia prova la prescrizione, detta un tempo Matrona generis humani« (Breton, Prisons et emprisonnement. Paris, 1875).

E come ci rivelò il Frassati, fin dal 1772 Joch scriveva[15]: «Se l’uomo non è libero, se l’uomo agisce come vuole la sua natura, il suo organismo, perchè dovrà egli essere punito, quando in lui manca assolutamente ogni elemento di colpa? Ma se l’uomo non è libero, che possono ancora significare biasimo, ricompensa, pena, timore, speranza, onore, disonore?». «Però l’idea, che, negata la libertà umana, ricompense e pene siano inutili è così poco fondata, che a noi pare che la pena potrebbe apparire inutile, se l’uomo senza principio e senza causa potesse volere qualche cosa. Le pene, dici tu, possono esistere solamente presso una libera volontà. Io rispondo: Ma tu punisci gli animali, a cui tu neghi la libera volontà: per mezzo della pena tu abitui i cavalli, senza esaminare se essi abbiano un libero arbitrio o no».

Ed altrove ancora: «Perchè deve essere punito il ladro? Come accade che l’asino è punito per la sua stupidità, e come accade che si uccide il cane idrofobo? Noi uccidiamo dunque chi ci danneggia? Agisce ingiustamente chi uccide il cane arrabbiato? Che ne può pertanto il cane della sua rabbia?».

E Rondeau, governatore sotto Giuseppe II, nell’Essai physique sur la peine de mort[16]: negato il libero arbitrio, ripudiava le nozioni di bene o di male, di merito o di demerito universalmente accettate e venendo alla giustizia repressiva dichiarava: «che il delitto non esiste nella natura; è la legge sola quella che impone ingiustamente questa denominazione ad atti necessari ed inevitabili. Le cause infinite e varie che producono la pretesa criminalità sono tutte materiali e tutte indipendenti dalla nostra volontà, come i miasmi che producono la febbre. La collera è una febbre passeggiera, la gelosia un delirio momentaneo, la rapacità del furto e della frode, è un’aberrazione di malato, le passioni depravate che spingono ai delitti contro natura sono imperfezioni organiche. Ogni male morale è un risultato del male fisico. L’assassino stesso è un malato come tutti gli altri delinquenti. Perchè, in nome di quel principio si potrebbe dunque punire? Perchè turbano il cammino regolare della vita sociale, perchè contrariano lo sviluppo normale e legittimo della specie, la società o meglio il Governo ha diritto di porre un ostacolo alle conseguenze funeste dei loro atti, nello stesso modo che il proprietario d’un campo ha il diritto di opporre una diga al torrente che minaccia d’inondare il suo fondo. Il potere sociale può adunque senza scrupoli e senza esitazione privare i malfattori della loro libertà; ma siccome ogni delitto è il prodotto naturale e la conseguenza logica di qualche malattia, la pena non deve essere che un trattamento medico. Nel suo sistema di repressione tutte le prigioni devono essere trasformate in tanti ospedali, ove si tenterà di migliorare l’organismo dei condannati. Si guarirà il ladro ed il vagabondo facendo loro gustare le gioie del lavoro. Se poi, per un’eccezione disgraziatamente troppo frequente, essi si mostrassero insensibili alle cure mediche, si separeranno definitivamente dai loro concittadini».

Le conclusioni nostre più audaci sono, dunque, fino antiquate.

Potrà alcuno questionare se le fiere sbranino l’uomo per prava malvagità o per effetto del loro proprio organismo, ma non vi sarà alcuno, che, nel dubbio, si astenga dall’uccidere la fiera o che si lasci comodamente sbocconcellare da essa; anzi ben pochi saranno coloro, i quali pensando al diritto di quelle altre creature di Dio, che sono gli animali domestici, alla vita ed alla libertà, si astengono dall’aggiogarle od ucciderle per uso alimentare.

E con qual altro diritto, se non è quel della difesa, sequestriamo noi i pazzi, i sospetti di malattie contagiose?

Con qual altro diritto priviamo, almeno legalmente, del più santo, del più nobile diritto, quello d’aver famiglia, il soldato? e con qual altro lo mandiamo, senza colpa e spesso senza sua voglia, alla morte?

Appunto perchè si basa sui fatti, la teoria penale, fondata sulla necessità di difesa, è la meno esposta alle contraddizioni.

Una volta la pena, assumendo il colore, come avea l’origine, dal delitto, atavistica essa medesima, era, e nol dissimulava, od un compenso[17] od una vendetta; i giudici, perfino, non vergognavano di farsi essi stessi i giustizieri, come fino al XII secolo, e forse anche più in giù, eranlo i membri della santa Wehm. Il delitto si considerava non solo un male, ma il più grave dei mali, che solo la morte bastava a punire; se il reo non confessava, ve lo si obbligava colla tortura; si risparmiava l’interrogatorio, bastavano i testimoni. Più tardi bastarono solo gli indizi; e quali indizi! Qualche volta facevano meno anche di essi. E non solo si uccideva il reo, ma si voleva… che sentisse la morte. Non diminuivano tuttavia punto i delitti; ma per quanto fosse crudele, pure in tutto ciò vi era una logica. La teoria non contraddiceva alla pratica; essi partivano dall’idea che il cattivo non migliora mai, anzi dà luogo a figli ugualmente cattivi; uccidevano il reo e quindi prevenivano colla morte ogni recidiva. Vi era, che è meglio, della sincerità. Obbedivano a quell’istinto, a quella specie di moto reflesso, che ci spinge a vendicarci di un’offesa con un’altra offesa, ma non lo sconfessavano.—Ma qual’è la nostra logica, la nostra sincerità, nelle questioni penali?—Noi, ora, quell’istinto primitivo non l’abbiamo perduto; quando giudichiamo il reo propendiamo, pur sempre, a misurare la pena alla stregua del ribrezzo e dello sdegno che ci desta il delitto; ma gridiamo contro, scandalezzati, a chi lo confessa; ed è ovvio sentire i rappresentanti della legge dimenticare le teorie astratte e chiedere, ad alta e chiara voce, la vendetta sociale, salvo a rinnegarla con santo orrore, quando dettano un libro di diritto penale o quando siedono legislatori.—E quale logica v’è mai nella teoria, per esempio, che pur si rimette in voga (Roeder, Garelli ed in parte Pessina)[18], la quale vuole fondare la pena sopra l’emenda, quando si sa benissimo che l’emenda è, sempre, o quasi sempre, eccezionale, e la recidiva è la regola, e che la carcere, benchè non solo non migliora, ma peggiora il reo, è una scuola del male? E poi come, con quella teorica, conciliare la punizione pei delitti politici e per quelli d’impeto o passione, seguiti quasi sempre da completo e subitaneo pentimento, e per quelli che commettono un reato per obbedire ad idea generosa, come quegli che derubò la zia per soddisfare verso un poveretto i debiti di questa? (Geyer, Rivista penale, Venezia, 1876).

Oppenheim, dopo aver scritto che nessun delitto deve andar scompagnato da una punizione proporzionale, che la pena non solo deve essere un male, ma deve apparire tale, incappa a dire con Mohl e Thur: «La pena deve solo consistere nel miglioramento e nell’occupazione del reo».—Ma non vi è qui evidente contraddizione?—Come si può accordar la teoria che fa disonorare il reo con quella che vuol migliorarlo? Come si può marchiarlo in fronte col ferro, e poi dirgli: Migliorati? (Ruf)

E che altro sono le teorie di Herbart, di Kant, di Altomid, di Hegel, di De Ercole (retribuzione penale), se non l’orpello delle antiche idee della vendetta, e del taglione? Secondo Altomid, lo Stato deve fare al reo tanto male quanto egli ne procacciava altrui. È la vecchia formola del taglione. Ma con ciò lo Stato non pensa al dipoi; rinchiude il reo, lo punisce e poi lo rimette in libertà, lasciando la società in un continuo, e quel che è peggio, aumentato pericolo, perchè il reo nel contatto dei carcerati diventa sempre peggiore; ed espiata la pena ritorna più armato e più irritato a nostro danno. E con questa teoria non si giustifican l’aggravamento delle pene sui recidivi, nè le misure preventive.

Dicevano alcuni legislatori: Il reo deve far penitenza. Ma il concetto della penitenza è ecclesiastico, dipende da un atto di libera volontà. Può chiamarsi tale quello di un reo a cui per forza si sottragga la vita o la libertà? Non vi è ora più nessuno che confonda il delitto col peccato; nessuno, infatti, parifica i reati tentati ai consumati; nè contempla più per reati le azioni anti-religiose, e gli spergiuri (Tancredi, Il delitto o la libertà di volere, 1871).

I criminalisti, che, come Seiferteld, fanno dipendere il delitto dalla volontà prava e libera, tornano alla teoria antica della perversità; ma ammettere, come essi fanno, ciò malgrado le circostanze attenuanti, è contraddirsi subito, è mantenere una libertà dimezzata.

E molte contraddizioni offre anche la teorica dell’intimidazione o dell’esempio; i nostri antichi erigevano colonne infami, strappavano nasi ed orecchie[19], squartavano, affogavano nell’olio o nell’acqua bollente, sgocciolavano il piombo rovente nel collo, recidevano i lombi dalle carni vive. Ma con qual frutto?—Di avere più numerosi e crudeli delitti. Perchè la frequenza e la ferocia della pena vi rende l’uomo meno sensibile; e ai tempi di Robespierre i bimbi giocavano a far delle piccole ghigliottine.

Ma se ciò conseguivano i vecchi con tanti supplizi, cosa volete ottenere colle introdotte numerose mitezze, ora, che ai supplizi si è giustamente tolta ogni pubblicità, ora che le carceri divennero per alcuni un comodo albergo?

Eppoi: che giustizia vi è nel punire uno, non tanto per quello che ha fatto, quanto per quello che possono fare gli altri in seguito?

È tanto vero, d’altronde, essere il diritto di punire fondato sul fatto, e nulla avere, in sè, d’assoluto, che noi lo vediamo variare da giudice a giudice, secondo le simpatie e le abitudini. Un giudice, attesta Breton, uso a trattare grandi delinquenti nelle corti d’Appello, infligge condanne relativamente più severe anche per lievi reati; darà, almeno, mesi invece che giorni. E non vi hanno giudici neanche dello stesso paese, che si accordino, con precisione, nella condanna, anche quando si tratti di un eguale reato.

E del resto quale altra migliore dimostrazione di ciò non ci dà il diritto di grazia? Si esercita, suol dirsi, per temperar la giustizia quando è troppo severa; ma quando è tale, come può dirsi più giusta?

E ad ogni modo, chi non vede essere questo della difesa una specie di diritto, che esercitiamo ad ogni momento della vita?

Come credere ad un principio assoluto, eterno, di giustizia nell’umanità, mentre vediamo tanta differenza in proposito a poca distanza di spazio e di tempo: quando vediamo punirsi la bigamia ed il ratto ben diversamente in Inghilterra dalla Germania; quando vediamo pochi anni fa punito di morte o quasi un Ebreo che accedesse ad una meretrice cattolica, od un cattolico che si lasciasse sfuggire un’involontaria bestemmia, mentre altrove l’infanticidio e l’incesto eran permessi o tollerati; quando vediamo tuttora ammesso il diritto di grazia e quello di prescrizione, quasi il favore altrui od il tempo potessero cancellare o mitigare l’indole prava della colpa.

Quanto alla teoria di alcuni nostri[20] che considerano la pena come l’atto legittimo del potere sociale, per cui si effettua tanta restrizione di libertà quanto ne esige la reintegrazione dell’ordine giuridico, io, affatto digiuno delle sublimi astrazioni giuridiche, confesso che non posso farmene una idea chiara, che sia molto diversa da quella di Kant. Ma se veramente questa definizione, come Mittermayer e Lucas la interpretavano, porta a considerare la pena come un male giusto che si infligge, per la sicurezza dell’ordine, a chi commette un male ingiusto, a chi è più temibile, io mi troverei completamente d’accordo. Sarebbe la teoria della difesa. Ben inteso che crederei strano ed audace il volere dedurre dai fili aracnei di una definizione, per quanto sublime e completa possa essere, tutto un sistema penale che decide di migliaia di vite. Sarebbe troppo presumere dell’ingegno umano, per quanto prepotente esso sia, il preferire uno slancio momentaneo d’ingegno all’osservazione paziente dei fatti.


  1. Vedi Vol. I, pag. 136 a 579.
  2. Vedi Vol. I. Agli esempi citativi, aggiungiamo i seguenti. I Neo-Caledoni sono odiatori di ogni lavoro; soffrire per soffrire, dicono essi, è meglio avere fame che lavorare; il più brigante è il più stimato (Burgarel, Les races de l'Océanie, 1865).—Schweinfurt vide in alcune razze negre usarsi la carne umana a guisa di moneta.—Nelle tribù nomadi, dice Giraud-Teulon, il sentimento paterno non esiste; infanticidio è legge: il vero genitore non si conosce, onde il costume delle covate, ciò che si osserva ancora nei Baschi. In molti paesi selvaggi (Congo, p. es.) la donna prima o dopo il matrimonio si dovea prostituire alla comunità (Les orig. de la Famille, 1875). I selvaggi non possono fissare l'attenzione che per breve tempo; e così nei sentimenti non hanno continuità grande che sotto l'impulso delle passioni, che sono instabili, fugaci, ma violente come nei bimbi (Spencer, Psych. of man, 1863). Nei Germani, il furto non clandestino, annunciato prima col corno o con un grido, non era considerato come un delitto infamante; come non lo era fino al 1500 e più l'assassinio politico.—Alle Isole Fidgi v'è il Dio degli adulteri (Timamburgo), degli assassini (Ravurava).
  3. Recentemente H. Ellis trovò nei pederasti il 66% con abitudini artistiche che Galton trova nella popolazione inglese solo nel 33% (Bulletin of the Psychol. Section of the Medic. Royal Society. Dec. 1895).
  4. Vedi Appendice, ed Archivio di Psichiatria, XVII, 1 e 2, 1896.
  5. Vedi Appendice e Atlante.
  6. Riporto perchè il lettore abbia sott'occhio la sintesi, completi parecchi periodi sparsi nei tre volumi.
  7. Vedi questo vol. III, Professioni, sesso, età, pag. 215 e segg.
  8. Gualda' povro reo, ecc. Cosa ha fatto? ecc. Eh! Cuasi nulla—Ha strozzato'r suo padrone (Cento sonetti. Neri Tanfucio. Firenze, 1873, p. 39).
  9. Maury, Mouvement moral de la société. Paris, 1860.
  10. Wagner v. Jauregg, Antrittsvorlesung an der psychiatrischen Klinik. Vienna, 1893.
  11. Lombroso, H. de génie, 2e éd., Paris, Carré, 1896.
  12. G. Ruf, Die criminal Justiz, ihre Wiedersprüche und Zukunften. Innsbruk, 1870.
  13. Genesi del Diritto penale, al cap. 212, detta: La società ha il diritto di far succedere la pena al delitto come mezzo necessario alla conservazione dei suoi individui.—Beccaria, Dei delitti e delle pene: Le pene che oltrepassassero la necessità di conservare il deposito della salute pubblica sono ingiuste.—Carmignani, Oggetto della civile imputazione non è di trarre vendetta del delitto, ma di fare che non si commetta in avvenire.
  14. Poletti, Tutela penale. Torino, 1853; La legge universale di conservazione. Torino, 1856; Il delinquente. Udine. 1875.
  15. Frassati, La nuova Scuola di Diritto penale in Italia ed all'estero. Torino, Bocca, 1891.
  16. Frassati, op. cit.
  17. ποινή—poena—compenso. Nell'Iliade Achille sgozza dodici Trojani per ποινή, compenso dell'uccisione di Patroclo. Si riceve, gli dice Ajace, il compenso per l'uccisione di un fratello od un figlio.—L'omicida quando ha pagato ritorna ai suoi, e l'offeso così compensato rinuncia al risentimento. Omero, Iliade, IX, 682.—La multa per l'omicidio di un Franco, era fra i Franchi di 200 soldi; si redimevano anche i furti. I servi perdevano la vita per delitti che all'uomo libero costavano solo 45 soldi (Dal Giudice, La vendetta nel diritto longobardo, 1876). Vedi sopra, Vol. I, parte 1ª.
  18. Opuscoli, 1871, pag. 42.
  19. Ricavo da un manoscritto curiosissimo, il quale contiene la registrazione de' giustiziati in Pavia a partire dall'anno 1596 fino ai nostri tempi, che essi ammontarono fino a 464, di cui 166 impiccati in piazza, 2 impiccati dopo l'amputazione della mano destra, 5 impiccati e poi bruciati, 12 tanagliati per via mentre si conducevano al patibolo, 37 tirati a coda di cavallo e poi squartati, 14 arruotati e lasciati morti sulla ruota, 63 decapitati, 2 decapitati previo il taglio della mano destra. La pena di morte fino al 1100 si applicava in Francia a 116 delitti; i ladri eran arrotati e impiccati gli assassini; ma più tardi a tutti si applicò la ruota. Dal 1770 al 1780 si arrotò L. per un furto di biancheria, Gal... per aver rubato del formaggio, al pari di Ber... che uccise la moglie (Mém. de Sanson). Nel 1665 in Alvergna si impiccarono 276 individui Nel 1665 in Alvergna si decapitarono 44 » Nel 1665 in Alvergna sonsi rotti gli arti a 32 » Nel 1665 in Alvergna sonsi abbruciati 3 » Nel 1665 in Alvergna sonsi mandati in galera 28 » In una sola provincia si ebbero condannati per un numero doppio e più che in tutta la Francia, ora (Id.).
  20. Carrara, Cardini della scienza penale italiana, 1875.