III.

Camminò fino all’alba dirigendosi verso il monte Gonare del quale vedeva la cima in forma netta di piramide spiccare azzurra fra gli altri monti grigi alla luna.
Camminava agile, lieve, con la bocca del fucile sopra la spalla, scintillante come un anello d’argento.
Adesso, sì, gli pareva d’essere alto fino a toccare la luna – come sognava da ragazzetto quando guardava febbricitante e affamato le gregge altrui. Tutto gli passava sotto ed egli poteva afferrare tutto e atterrare tutto, giù ai suoi piedi, con un colpo del dito.
Era diventato padrone come anelava nel tempo della sua servitù. Marianna, la sua padrona di quel tempo, quella che neppure lo guardava in viso, Marianna lo amava e aveva promesso di aspettarlo. Come tutto questo era accaduto? Appena l’aveva riveduta lassù davanti alla casa colonica, nei luoghi ove era stato servo maltrattato dai servi, gli erano tornati tutti i suoi desideri violenti di quel tempo, tutti personificati in lei. Afferrare lei era afferrare tutte le cose che lei rappresentava: quindi era rimasto in agguato nel bosco intorno a lei, per darle la caccia. Ma nell’agguato pensava al come prenderla meglio; viva e non morta, in modo da possederla per sempre e non per un istante solo.
Così le era caduto ai piedi, invece di aggredirla, e adesso era contento di aver fatto così, di averla raggiunta come l’immagine in fondo al pozzo. Raggiunta? D’un tratto si fermò, si volse, guardò lontano verso la macchia nera della Serra.
E un ansito gli gonfiò il petto.
Dapprima fu il desiderio della donna, poi il pentimento di non averla presa. Raggiunta? Ma se invece era lontana, inafferrabile come l’immagine in fondo al pozzo? E si sentì destare dentro come una bestia feroce che gli dormiva in fondo alle viscere e d’un tratto svegliandosi lo squassava tutto e lo faceva balzare: un urlo di fame e di dolore gli risuonava dentro, gli riempiva di fragore le orecchie e di sangue gli occhi.
Si buttò giù convulso, premendo a terra il petto e le viscere per schiacciare la bestia e respingerla a fondo nel suo covo; per impedirle di costringerlo a tornare indietro e prendersi Marianna anche attraverso il sangue e la morte.
Passata la convulsione si sollevò; sudava e tremava ancora, ma stette sull’erba, lisciandosi forte i capelli con la palma delle mani; poi si fiutava le dita e sentiva l’odore di Marianna. Ricominciò a parlarle, con voce sommessa, col petto palpitante ancora della lotta feroce contro se stesso.
«Vedrai, non ti farò del male, Marianna, vedrai. Tu, sta tranquilla e ferma: io andrò, andrò come la sorte mi spinge, come Dio comanda, e troverò fortuna a tutti i costi, sì, dovessi andare dove finisce l’arcobaleno.»
Riprese a camminare. Non sapeva neppure lui cosa avrebbe fatto, dov’era la fortuna che cercava; per adesso andava verso il rifugio dove aveva lasciato il compagno, e più che altro voleva raccogliersi nel suo covo per meditare.
Cammina, cammina: conosceva i luoghi, le strade, i sentieri come la palma della sua mano. Prima dell’alba arrivò al rifugio, a mezza costa del monte Gonare verso le valli di Olzai. Era un luogo d’una bellezza orrida; una grotta con due aperture da una delle quali si sbucava in una scalinata di roccie donde era facile salvarsi in caso di inseguimento. Per arrivare dovette aggirarsi in un vero labirinto di macigni, di pietre, di macchie e di alberi selvaggi: fra le querce nere contorte dallo spasimo millenario dei venti le roccie sbucavano qua e là come teste diaboliche; poi un bosco di lecci aspri nani si stringeva intorno alla grotta; ma una volta lassù, egli dominò da una specie di nicchia incavata nel macigno tutto il panorama della valle.
Esplorata con uno sguardo d’aquila la solitudine attorno penetrò nella grotta: il fuoco coperto di cenere, un pezzo di carne cruda in un ripostiglio e una cordicella legata a un piuolo sul muro lo avvertirono che il compagno, assente, sarebbe presto tornato. Dai segni dei cespugli calpestati davanti all’apertura della grotta, dalla cenere ancora fumante di grasso e dalle ossa sparse, s’avvide però che altri uomini erano stati là dentro a banchettare e forse a complottare, e divenne inquieto. Del compagno si fidava come di un fratello, ma diffidava della semplicità di lui.
Tornò quindi nella nicchia sopra la roccia, col fucile a fianco, e attese vigilando. Vide il cielo schiarirsi, e fra i cespugli brillare lo specchio d’una conca dove si raccoglieva l’acqua di una sorgente, che dopo essere scesa con impeto dai macigni sopra la grotta pareva fermarsi in mezzo a una ghirlanda di giunchi fioriti, per riposarsi, come faceva lui, prima di correre per la sua via.
La luna cadeva sopra la conca come per scendervi dentro attirata dai riflessi dolci della sua stessa luce.
E pareva giocasse nella notte morente, la luna, libera e sola nel deserto del cielo crepuscolare, sopra la terra ancora addormentata; e si nascondeva, e riappariva tra le fronde, e si specchiava nell’acqua destandovi mille sorrisi, compiacendosi a vedersi nuda, libera e sola.
Ma qualche cosa di inevitabile attirava anche lei lontano laggiù verso la sua sorte; e accorgendosene impallidiva e diventava triste e fredda, e anche il suo sorriso nello specchio dell’acqua si spegneva. Tentò di attardarsi tra le fronde di un elce, come in un rifugio; tosto però dovette scendere; si attaccò allo stelo più alto di un cespuglio e vi si sostenne un attimo ma già stanca e pallida; e d’un tratto si staccò anche dallo stelo e parve precipitare e infine sciogliersi come un fiore che si sfoglia.
Tutto allora sospirò, nella penombra argentea dell’alba; al respiro dell’acqua fra i giunchi rispose il respiro delle foglie. Il giorno si destava nella solitudine. Simone invece si sentiva attirato giù come la luna dalla forza dolce del sonno. E anche lui lottava; e Marianna era con lui che lo baciava, ma fra i macigni stavano in agguato i nemici e non bisognava perdersi nel sonno e nell’amore.
Così tutto fu rosso, dopo l’argento dell’alba; poi tutto oro e azzurro; e il vento sbatté gli alberi contro il cielo; passarono le nuvolette bianche d’estate, i falchi e i nibbi; il sole fu in mezzo al cielo e la conca dell’acqua lo rifletté intero.
Simone balzò ormai rassicurato e ridiscese nella grotta.
Riaccese il fuoco, infilò la carne nello spiedo di legno e la mise ad arrostire davanti alla fiamma; infine si spogliò e scese nudo alla conca guardandosi il petto bianco come quello di una donna.
Non cessava di spiare attorno, mentre si strofinava i piedi con ciuffi di capelvenere che gli lasciavano la pelle verdastra; nel sollevare il viso per ascoltare i rumori lontani, i suoi begli occhi riflettevano il verde e l’oro intorno; e sul suo dorso bianco macchiato di grossi nèi simili a lenticchie passava un brivido e tremolavano le ombre dei giunchi.
Si sollevò e tentò col piede il fondo della conca; così piano piano avanzò e si tuffò tutto nell’acqua, anche la testa che trasse subito fuori e scosse sprizzando scintille dai capelli.
E subito diventò allegro, fidente; tutto era bello attorno; fra i giunchi brillavano come fiammelle i gigli d’oro; tra un fiore e l’altro ondulavano i fili iridati dei ragni. Un usignuolo gorgheggiò, e pareva che dal suo canto sgorgasse l’acqua della sorgente.
Piegato dentro l’acqua egli si strofinava bene la pelle, ma ogni tanto balzava guardandosi il petto e le braccia sui cui peli scintillavano goccioline perlate; poi di nuovo si piegava tentando invano di prendere fra le mani giunte qualche piccola trota bruna che passava di traverso trasportata dall’acqua corrente.
«Ma te ti prenderò, Marianna!», gridò d’improvviso, destando l’eco. «Marianna! Marianna!»
L’eco rispondeva; e a lui pareva una voce vera, lontana, calma e velata; la voce stessa di Marianna.
Allora gridò anche il suo nome.
«Simone! Simone!», illudendosi infantilmente che fosse lei a rispondere.
Così le ore passarono, e tornò la sera, con la luna e i grandi sospiri dell’aria che davano un misterioso turbamento alle cose; i profili delle roccie, sulla china del monte, parevano visi umani rivolti a guardare il cielo: le stelle stavano loro vicine ma non si decidevano a toccarli; tutto era sospeso, tutto nella sua immobilità aspettava, anelava a qualche cosa che era imminente ma non veniva mai.
Simone aveva a lungo dormicchiato, dopo il bagno ed il pasto, e stava di nuovo nella nicchia sopra la grotta, aspettando il compagno: era più quieto, ma nello stesso tempo più turbato dal pensiero di Marianna.
«Ieri notte a quest’ora eravamo insieme…», e gli pareva di affondare il viso fra le ginocchia di lei e aveva desiderio di mordergliele. «Che idiota sono stato! Ma a Costantino dirò bene che l’ho baciata. Eccolo che finalmente, grazie a Dio, arriva, quel diavoletto lento.»
Lo riconosceva dal passo, un passo cauto ma non agile e sicuro come il suo, e che gli dava noia, ogni volta che lo sentiva. Del resto, tutto in Costantino lo urtava, quando specialmente si trattava di muoversi, di operare insieme. Erano come due fratelli bambini che si vogliono bene ma questionano di continuo e il maggiore è il tiranno ma anche il protettore. Eccolo dunque che arriva, Costantino, piccolo, tranquillo come un cacciatore di lepri, col fucile attraverso la giacca di velluto verdastro: un berretto di pelo a riccioli neri mette attorno al suo viso rossiccio, dagli zigomi sporgenti, una seconda capigliatura selvaggia. La grossa bocca semiaperta sui grandi denti pare sorridere di continuo, ma gli occhi obliqui sono tristi, torvi sotto i riccioli neri del berretto calato sulla fronte.
Sedette nella grotta e cominciò a slacciarsi le scarpe, al chiaro di luna, senza rispondere alle domande ironiche che Simone balzatogli giù incontro gli rivolgeva.
«Costantì! Beato chi ti vede! Sei stato alla festa? Sei stato a trovare l’amica?»
Costantino si sdraiò per terra, senza rispondere: ansava. Il compagno gli toccò la mano e sentì che bruciava; allora cambiò tono.
«Che c’è? Hai la febbre? Dove sei stato e chi è venuto qui?»
Costantino gli afferrò la mano e non gliela lasciò più, lamentandosi:
«Perché mi hai lasciato solo, perché?».
«E che sono tua madre e devo darti il latte?»
«Son venuti tre, a cercarti, due anziani e un giovinetto: volevano vederti a tutti i costi. “Cercatelo,” dico io” “devo farvelo di legno? Manca dall’altro venerdì e non so dov’è”. Ma quelli insistevano e mi insultavano. Andarono via, tornarono, portarono una pecora e del vino. Ti aspettavano. Dai loro discorsi, ma sopratutto da quanto mi disse il più giovane, intesi che ti volevano per andare a derubare un prete degli stazzi, un prete ricco che possiede non so quant’oro e argenteria. È parroco in un paese, il prete, ma la roba la tiene nascosta nello stazzo dove vive sua madre, una vecchia, e dove lui va di tanto in tanto a passare un po’ di tempo. Ebbene, Simone, non vedendoti tornare, quei tre se la prendevano con me. “Che fai tu qui, sagrestano?” mi dicevano: “Faccio il fatto mio”. E si burlavano di me e dicevano: “noi non sappiamo come Simone Sole possa sopportare la tua compagnia. Va, prendi una bisaccia e va coi mendicanti a domandare l’elemosina nelle feste campestri”. Finirono col farmi arrabbiare. Tu sai che non mi arrabbio mai, Simone, ma quando mi arrabbio mi arrabbio. Hanno avuto paura di me e se ne sono andati; ma per un momento ho creduto che tornassero e mi uccidessero. Allora mi sono allontanato anch’io.»
Immobile, curvo ad ascoltare, adesso era Simone che taceva, guardando intento il compagno, il cui racconto gli sembrava strano e incompleto.
«No», disse alla fine, «tu mi imbrogli, Costantì! Apri gli occhi e guardami: dove sei stato?»
Costantino si sollevò sul gomito e lo fissò negli occhi.
«Che t’importa? E tu, dove sei stato, tu?»
Ricadde, con la testa sul braccio, e chiuse gli occhi; allora Simone ricordando che, geloso e puntiglioso come era, bisognava prendere Costantino con violenza o con dolcezza, gli si sdraiò a fianco e gli toccò lievemente il piede col piede.
«Ti racconterò, sì, dove sono stato; perché non devo raccontartelo? Tu, però, parla prima. Com’erano questi tre?»
E quando Costantino glieli ebbe bene bene descritti sorrise lusingato.
«So adesso chi sono: il più giovane è Bantine Fera: sapevo che finiva col venire a cercarmi.»
Costantino riaprì gli occhi gelosi: sapeva chi era questo Bantine Fera, un bandito giovanissimo, più giovane ancora di Simone e più audace, spregiudicato, indipendente: il compagno gliene aveva parlato tante volte, e pur adesso riprese a lodarlo non senza una lieve punta d’invidia.
«Ecco uno che farà fortuna: ho sentito che i Corraine gli hanno proposto di andare con loro, perché è bravo nel tirare, bravo in tutto: coglie l’uccello a volo. E poi non ha timore di nulla: non arrischia che la sua pelle, dopo tutto, perché non ha madre né sorelle, come noi: è un bastardo; tutto va con lui. Eppure, così Dio mi aiuti, sono contento che sia venuto a cercarmi.»
«Tu avevi detto ch’egli parlava male di te, che si burlava di te.»
«Di me? Di me non si è mai burlato nessuno, Costantì! Frena la tua lingua. Non basta essere buon tiratore e ammazzare la gente per strada, per credersi da tanto da burlarsi di Simone Sole! O forse si è burlato di me con te, quel bastardo?»
«No», disse Costantino, che era coscienzioso e non mentiva mai. «Non si è burlato di te. Ma forse mi sono burlato io di lui. Ebbene, sì, andati via quei tre io mi sono incamminato per conto mio, e sono andato fin lassù, negli stazzi, per avvertire il prete…, perché si può rubare a tutti ma a un prete no… Ebbene sì», proseguì, a occhi chiusi, stanco ma finalmente tranquillo, «ho corso due giorni e due notti: nello stazzo c’era solo la vecchia, bianca come una colomba. “Datemi da bere”, le dissi, “sono un viandante assetato.” E quando essa mi ebbe dato da bere l’avvertii del pericolo che corre il suo stazzo, e me ne andai. E adesso che venga pure a pungermi, il tuo Bantine, o mi colpisca pure da lontano, sia tranquilla la mia coscienza, altro non resta. Ma un prete no, non si deve derubare.»
«Costantino Moro, sai cosa devo dirti? Che né tu né io siamo buoni a fare i banditi. Sagrestani siamo nati e sagrestani morremo.»
«Va all’inferno, va in casa del boia», imprecava sottovoce Costantino; ma più che al compagno le sue imprecazioni parevano rivolte a persone assenti, forse ai tre malfattori che lo avevano perseguitato.
Simone intanto non sapeva se era contento o scontento di quanto accadeva: gli spiaceva, certo, di sfigurare di fronte a Bantine Fera, e nello stesso tempo approvava Costantino che, con la sua debolezza, aveva pur dimostrato di non curarsi della prepotenza del giovine bandito.
D’altra parte il colpo proposto dai tre malfattori era buono e non solo buono ma anche facile, ed egli intendeva bene lo scopo di Bantine Fera nel proporgli di compierlo assieme: era un’alleanza, che gli proponeva, una associazione, ed egli se ne sentiva di momento in momento più lusingato.
D’un tratto la vanità gli riempì il cuore di gioia e di orgoglio.
«Io non andrò certo a cercarlo, se lui non torna» disse fra sé «ma bisogna… bisogna…»
«Che cosa bisogna?»
«Costantino, dimmi dov’è lo stazzo del prete».
Costantino non parlò più: capiva bene i pensieri del compagno; e non si pentiva di aver parlato; ma provava una grande tristezza; e più che tristezza per il proposito che indovinava in Simone era la gelosia, invidia per la potenza di Bantine Fera, e soprattutto era il sentimento della solitudine, del distacco che lo separava da tutti, vicini e lontani.
Simone a sua volta si sentiva frugato dentro dal giudizio del compagno; se ne irritava e cercava di nascondersi, parlando: e parlando si nascondeva anche a se stesso, tanto che ascoltava le sue parole e le credeva vere.
«Costantì! Sì, voglio andare da solo nello stazzo, anche per far vedere che non ti ho mandato io! Ho bisogno di denaro, hai inteso? Perché devo lasciar sfuggire l’occasione? Ho bisogno di denaro, Costantì. Mi è accaduta una cosa. Ho incontrato una donna e ho bisogno di denaro… Tu non credi?», riprese dopo un momento di silenzio penoso. «Non importa che tu creda. Il fatto è vero e basta. La donna è ricca, è bella, (bella se c’è donna bella), e padrona di tutto il suo. Ricca come tutti i tuoi parenti messi assieme», insisté, sempre più irritato per l’immobilità di Costantino: «solo dal sughero del suo bosco ricava mille scudi all’anno: la sua casa colonica ha avuto anche il premio. Sì, ebbene, è Marianna Sirca, quella che è stata la mia padrona. Essa mi voleva bene fin dal tempo in cui ero servo in casa sua; ma non era padrona di sé, allora, e io d’altronde ero superbo con lei. Adesso ci siamo intesi: Dio ha voluto così. Avant’ieri notte siamo stati assieme, nella sua tanca, siamo stati assieme benché ci fosse suo padre. Siamo stati assieme», ripeté chiudendo anche lui gli occhi e turbandosi, «e l’ho baciata.»
Costantino non rispose subito; sentiva il suo cuore battere contro la terra dura; finalmente, poiché Simone taceva come affondato nel suo ricordo, domandò beffardo:
«E per questo hai bisogno di denaro? La devi sposare?».
«La posso sposare, sì, se voglio! È questo che lei vuole, anzi, perché non è una donna come le altre.»
«Di che cosa è fatta? Se fosse una donna seria non baderebbe a te.»
Allora Simone si sollevò a metà, feroce di collera.
«Se ti permetti di parlare oltre di lei ti fracasso la testa coi tuoi stessi piedi. Hai inteso?»
Costantino non aveva paura: si sollevò anche lui, sedette col gomito sul ginocchio e il viso sulla mano e stette a guardare il fuoco; e quando vide Simone rimettersi giù disse pensieroso:
«Simone, tu non parli più da uomo. Come puoi sposare una donna così, tu?».
«Come? Col prete, in nome di Dio, in segreto. Poi non c’è chi dica che io debba stare sempre in giro come una fiera: posso anche ritornare uomo libero.»
«Ah, vedi, tu sei già rimbambito: la donna ti ha già reso simile a lei: e poi ti ha anche stregato. Bene: bada a non perderti, uomo!»
«Tu parli per invidia e per gelosia: tu hai paura a restar solo!»
«Io?», disse Costantino sollevando gli occhi tristi: e tosto sorrise e scosse la testa col gesto che aveva imparato da Simone, muovendola un poco sul collo. «E può darsi. In tutti i modi potrei venire in compagnia tua sul banco dei rei.»
«Maledetto tu sii; tu con tutti i tuoi peccati. Chi parla d’andare a sedersi sul banco dei rei?»
«E come vuoi tornare libero senza processo e senza dibattimento? E tu finirai con l’andare dal giudice; e ti farai legare e non caverai più i piedi dal laccio. Confessa? La donna non ti ha già consigliato questo?»
«È vero», disse Simone: e sentì un vago terrore.
Era vero, era tutto vero, sì: a momenti gli pareva d’essere come stregato. Marianna lo dominava, gli premeva sulle spalle; ed ebbe vergogna che anche Costantino indovinasse questo. Balzò, quasi per volersi liberare della donna, e sbatté la berretta sulla fiamma, poiché gli sembrava che anche la fiamma mormorasse contro di lui; e la fiamma si piegò e parve tentare di fuggire paurosa, ma tosto si sollevò più alta, mormorando più forte.
«La nostra sorte non si cancella», disse Costantino. «Tu sei un uomo diverso da quello che eri tre giorni fa: la tua sorte è fatta.»
«No, Costantì, così Dio mi tronchi le gambe, prima. Te lo giuro su questa fiamma, te lo giuro sul cuore di mia madre: io non mi costituirò mai. Non ho neppure intenzione di sposarmi: né in pubblico né in segreto: lo dicevo così tanto per dire. Se lei mi vuole mi prenda così!»
«Lei non ti prenderà, così!»
«E allora la prenderò io!», egli disse con bravura.
Ma tosto anche lui mise il gomito sul ginocchio e il viso sulla mano; e stettero così lunga ora, entrambi, come sospesi ad ascoltare i lievi bisbigli della notte intorno al loro covo di roccia, grandi e feroci come belve in agguato, piccoli e trepidi come uccellini nel nido.