Parte Terza

Capitolo 23. Il diritto d’autore accademico e la mercificazione della scienza

23.1 Il diritto d’autore accademico

Del diritto d’autore si è accennato nel –> Capitolo 6 su come si affronta un esame scritto e si è parlato con maggiori dettagli nel –> Capitolo 10 sul diritto morale d’autore e nel –> Capitolo 22 su intelligenza artificiale e diritto d’autore

L’argomento va ora ripreso con riferimento alle pubblicazioni scientifiche.

Si è già rilevato nel –> Capitolo 6 su come si affronta un esame scritto che gli studenti universitari generalmente non ricevono una preparazione sulle nozioni di base della proprietà intellettuale e del diritto d’autore.

Può accadere, perciò, che gli studenti ignorino come funzioni il diritto d’autore sulle pubblicazioni scientifiche, cioè il diritto d’autore accademico.

Per comprendere il funzionamento del diritto d’autore accademico occorre svolgere una breve premessa storica.

La scienza moderna nasce come scienza pubblica in contrapposizione alle prassi di segretezza precedenti [Rossi 2007, 17 ss.].

La finalità di rendere pubblici i risultati della ricerca scientifica fu aiutata dal ricorso alla stampa a caratteri mobili che garantiva la più ampia diffusione delle idee.

Si prenda il famoso incipit della lettera di Galileo Galilei a Bartolomeo Vinta del 1610, nella quale il grande pisano spiega la scelta di dare alle stampe il suo libro intitolato «Sidereus nuncius».

Parmi necessario, per aumentare il grido di questi scoprimenti, il fare che con l’effetto stesso sia veduta et riconosciuta la verità da più persone che sia possibile […].

Poco tempo dopo, nel 1655, nasce la prima rivista scientifica moderna: le Philosophical Transactions. La pubblicazione fu voluta da lord Oldenburg, segretario della Royal Society.

Oldenburg decide di dare alle stampe le lettere che gli scienziati (allora chiamati filosofi naturali) si scambiavano per descrivere i risultati degli esperimenti e formalizzare le loro scoperte.

Fu così che le lettere divennero articoli di riviste a stampa. La rivista scientifica rappresentò da quel momento in poi un registro pubblico della priorità della scoperta scientifica [Guédon 2004].

È da notare che questo importante passaggio storico avviene in base alle norme informali della comunità scientifica e precede la prima legge moderna sul diritto d’autore (lo Statute of Anne inglese del 1710) [Izzo 2010].

L’autore scientifico, dunque, pubblica non tanto per ricevere un compenso dalla vendita delle copie – come avviene ad esempio per l’autore di un romanzo –, ma per certificare la priorità della scoperta e garantirsi che il suo pensiero riceva la più ampia diffusione possibile, anche al fine di raccogliere osservazioni e critiche. Perché la costruzione di nuova conoscenza, come si è detto nel –> Capitolo 6, costituisce un’impresa ontologicamente collettiva. Insomma, la pubblicità è funzionale alla revisione dei lettori. I lettori reagiscono pubblicando a loro volta per aderire o per criticare il pensiero di chi ha pubblicato in precedenza (revisione paritaria pubblica).

Solo in un secondo momento, con la comparsa delle prime leggi moderne sul diritto d’autore, le pubblicazioni scientifiche diventano anche opere dell’ingegno protette dal diritto formale.

In sintesi, per diritto d’autore accademico si intende un sistema finalizzato alla condivisione delle idee e allo sviluppo dello scetticismo organizzato, cioè di quel controllo diffuso sulle nuove acquisizioni della scienza [Merton 1942]. Questo sistema si basa sull’interazione – un circolo virtuoso – tra norme informali della comunità scientifica, tecnologia della comunicazione (stampa, Internet) e diritto formale (la legge sul diritto d’autore) [Caso 2018; Caso 2020, 127].

Si veda la figura seguente.

Figura 23-1: Il diritto d’autore accademico nell’era della stampa

Un principio che collega il diritto d’autore alle norme informali della scienza è rappresentato dalla distinzione tra idea non protetta e forma espressiva protetta [v. –> Capitoli 6 e 11]. Infatti, come si è già detto, il diritto d’autore protegge solo la forma espressiva non le idee, le teorie, i fatti e i dati che sono alla base di essa. Le idee e le teorie scientifiche sono perciò in pubblico dominio. Tutti possono usare la teoria della relatività, ma occorre riconoscere la paternità di Einstein.

Un altro principio di collegamento tra norme informali e diritto formale è il principio che riconosce all’autore la titolarità dell’opera scientifica. Se anche l’autore lavora come dipendente all’interno di un’organizzazione pubblica o privata (ad es. un’università), è a lui e non all’organizzazione che spetta la titolarità del diritto d’autore. L’autore parla in nome della scienza e di sé stesso, non in nome dell’istituzione od organizzazione di cui è parte.

Il diritto d’autore accademico, dunque, è un aspetto fondamentale della libertà di espressione del pensiero e della libertà accademica (libertà rispettivamente protette, nella nostra Costituzione, dall’art. 21 e dall’art. 33).

Scegliere se pubblicare o meno un’opera scientifica, scegliere dove pubblicarla, disporre del diritto di usare le idee altrui riconoscendo correttamente la paternità costituiscono concretizzazioni di tali libertà.

Libertà e responsabilità sono due concetti che racchiudono il senso della pubblicazione scientifica. Rendere pubblico il proprio pensiero scientifico è un atto di libertà, ma anche un atto di responsabilità: si devono riconoscere correttamente i contributi di altri [v. –> Capitolo 6], si devono riportare correttamente i dati su cui si basano le acquisizioni scientifiche, ci espone alle critiche di chi legge.

23.2 Valutazione e mercificazione

Per secoli gli scienziati si sono rivolti a editori professionisti per diffondere le loro idee. L’editoria è rimasta fino a tempi recenti un’impresa essenzialmente artigianale.

Ma dopo la Seconda guerra mondiale, con la crescita esponenziale di ricercatori e pubblicazioni scientifiche, si è fatta strada l’idea che occorresse individuare alcune riviste scientifiche fondamentali perché le biblioteche di ricerca non potevano acquistare tutte le riviste presenti sul mercato [Guédon 2004].

Per individuare tali riviste Eugene Garfield creò un indice citazionale chiamato Fattore di Impatto (Impact Factor) che misura quanto è citato l’articolo «medio» di una rivista nei due anni precedenti a quelli della misurazione. Garfield fondò un’impresa commerciale la quale iniziò a vendere servizi di misurazione delle citazioni ovvero servizi bibliometrici. Questa invenzione commerciale mirava ad accreditare un’idea scientificamente errata e cioè che solo le riviste con alto Fattore d’Impatto sono riviste fondamentali. L’idea passò nella comunità scientifica e il Fattore d’Impatto iniziò a essere utilizzato anche per determinare la carriera degli scienziati e dei professori universitari.

Con l’avvento dell’era digitale le riviste fondamentali si sono trasformate in costosissime banche dati e gli editori scientifici si sono trasformati in imprese di analisi dei dati che vendono servizi valutativi (ad es. il calcolo di indici bibliometrici come l’Impact Factor). Il fenomeno ha riguardato a lungo solo le c.d. scienze dure, ma ora interessa progressivamente sempre di più anche il campo delle scienze umane e sociali.

Di più, il mercato delle riviste scientifiche e dei servizi valutativi è diventato oligopolistico. Se, infatti, la rivista viene considerata fondamentale perché ad alto Fattore d’Impatto non ha un sostituto perfetto sul mercato. Inoltre, la nuova rivista che voglia affacciarsi sul mercato incontra barriere difficilmente sormontabili perché l’acquisizione di reputazione in termini di citazioni richiede tempo.

A peggiorare lo scenario c’è la strategia commerciale dei grandi oligopolisti i quali offrono licenze di accesso online a pacchetti di riviste e libri. In altri termini, praticano il bundling, cioè l’offerta a pacchetto con contratti pluriennali. Questa strategia ingessa ulteriormente il mercato determinando un aumento esponenziale dei prezzi di accesso alle banche dati scientifiche.

Dalla prospettiva dell’autore di una pubblicazione scientifica questo enorme potere di mercato, legato alla valutazione bibliometrica, si traduce in potere contrattuale. L’autore che aspiri a pubblicare sulla rivista ad alto Fattore di Impatto è disposto a firmare contratti standard che hanno come clausola centrale la cessione in via esclusiva totale e definitiva di tutti i diritti economici d’autore (il diritto di riproduzione, il diritto di distribuzione, il diritto di comunicazione al pubblico ecc.). Ad esempio, la clausola del contratto di cessione dei diritti economici d’autore su un articolo scientifico potrebbe essere formulata nei seguenti termini.

L’autore cede pienamente e definitivamente all’editore tutti i diritti economici d’autore sull’articolo scientifico. I diritti comprendono, a titolo di esempio, il diritto di pubblicare a mezzo stampa, il diritto di comunicare al pubblico, il diritto di riprodurre, il diritto di distribuire il diritto di trarre opere derivate.

Quando l’autore accetta il contratto – generalmente l’accettazione avviene per iscritto, soprattutto quando si tratta di uno dei grandi editori oligopolisti –, l’editore ha il controllo esclusivo della circolazione del testo. Ad es., se l’autore della pubblicazione scientifica è anche un docente universitario non può distribuire ai propri studenti la medesima pubblicazione senza l’autorizzazione dell’editore. In alternativa, deve chiedere agli studenti di comprare la pubblicazione, o meglio di acquistare licenze d’uso del contenuto digitale.

Ciò costituisce un evidente paradosso. Nel momento in cui l’umanità dispone della tecnologia più potente per dialogare (Internet), si limita artificialmente la diffusione delle pubblicazioni scientifiche al fine di avvantaggiare gli interessi commerciali di pochi oligopolisti.

Molti studiosi denunciano la crescente tendenza a sostituire il faticoso giudizio basato sulla valutazione dei contenuti delle pubblicazioni scientifiche con il calcolo delle citazioni. In un clima culturale che alimenta la competizione, invece di favorire la cooperazione tra scienziati, la degenerazione delle logiche e delle procedure valutative induce uno snaturamento del diritto d’autore accademico: da strumento di libertà e responsabilità esso si trasforma in strumento della mercificazione della conoscenza scientifica e dell’asservimento a un potere decisionale concentrato nelle mani di pochi. I diritti economici non servono alla diffusione dell’opera, ma al contrario alla restrizione della sua circolazione su Internet. Il diritto morale di paternità non serve al riconoscimento del contributo del singolo all’impresa collettiva, ma al contrario funge da presupposto per la misurazione delle citazioni.

Questo ecosistema induce due distorsioni: la pirateria digitale delle pubblicazioni scientifiche e la crescita dei casi di frode scientifica e di plagio accademico.

Il nuovo scenario può essere sintetizzato nella figura seguente.

Figura 23-2: Il diritto d’autore accademico nell’era della mercificazione digitale

23.3 L’Open Access e il diritto morale di liberare i testi

C’è un’alternativa all’attuale (e avvelenato) ecosistema della comunicazione scientifica. La comunità degli scienziati ha, grazie a Internet, la possibilità di riprendere (almeno in parte) il controllo delle pubblicazioni.

Tale possibilità ha un nome: Open Access [Suber 2012; Pievatolo 2012; Caso 2020].

Come si è visto nel –> capitolo 5 su come si cerca l’informazione giuridica,

La letteratura ad accesso aperto è digitale, online, gratuita e libera dalle principali restrizioni imposte mediante diritto d’autore e licenze contrattuali [Suber 2012, 4].

 

Questa definizione rende esplicito che per Open Access in senso stretto non si intende il mero accesso gratuito, ma l’accesso gratuito associato a diritti di utilizzo (ad es., riproduzione, elaborazione, comunicazione al pubblico).

Occorre muovere dal principio generale che riserva all’autore e non all’organizzazione di cui è eventualmente parte la titolarità del diritto d’autore.

Essendo l’autore scientifico titolare dell’opera (ad es., un articolo destinato a una rivista), può decidere di usare una licenza libera (ad es. una Creative Commons License) per consentire al pubblico di accedere gratuitamente e con diritti d’uso alla pubblicazione.

Le licenze Creative Commons sono licenze non esclusive, irrevocabili, universali e perpetue. Sono inoltre modulari.

I moduli sono così denominati:

1) attribution, che richiede il riconoscimento della parternità, ma concede ampi diritti d’uso, compresa l’elaborazione dell’opera;

2) share-alike, che richiede a chi licenzia nuove opere basate sull’opera licenziata di concedere gli stessi identici diritti concessi dal licenziante sull’opera originaria;

3) no-derivatives, che impedisce di trarre opere derivate dall’opera licenziata;

4) non-commercial, che impedisce di usare per finalità commerciali l’opera licenziata.

È possibile combinare i moduli dando vita a sei diverse licenze in modo da concedere più o meno libertà al pubblico. Ad esempio, questo libro è pubblicato in Open Access in base a una licenza attribution-share alike.

Essenzialmente esistono due forme di Open Access:

a) La pubblicazione in una sede editoriale che è fin dall’inizio ad accesso aperto;

b) La ripubblicazione (comunicazione al pubblico su Internet) di quanto pubblicato in precedenza ad accesso chiuso (cioè in sedi editoriali che praticano restrizioni di diritto d’autore e contrattuali al fine di commercializzare i contenuti).

La forma sub b) è resa possibile attraverso due strategie: la prima contrattuale (i), la seconda legislativa (ii).

i) La conservazione per via contrattuale dei diritti di ripubblicazione e comunicazione al pubblico. L’autore può negoziare con l’editore al fine di riservarsi il diritto di ripubblicare (comunicare al pubblico) in Open Access una versione dell’opera. Con riferimento ai testi scientifici potrebbe trattarsi del manoscritto modificato a seguito del controllo di altri scienziati. O più difficilmente della versione finale pubblicata dall’editore. Tale strategia negoziale si presenta ostica se condotta autonomamente da parte dell’autore, in quanto il suo potere negoziale di fronte all’editore è generalmente molto limitato. Nel sistema valutativo attuale, infatti, gli autori scientifici sono spinti a pubblicare, come si è visto, in sedi editoriali che godono di un distintivo (bollino) bibliometrico. Se la carriera accademica dello scienziato dipende dalla pubblicazione in sedi ad alto Fattore di Impatto, difficilmente l’autore avrà il coraggio di iniziare ed eventualmente rompere una trattativa negoziale con un editore dal quale dipende (indirettamente) la propria reputazione scientifica (e, per chi lavora in istituzioni, la progressione lavorativa). Per risolvere questo problema si è recentemente fatta strada una soluzione alternativa che rappresenta un rimedio peggiore del male.

L’ente che finanzia la ricerca impone all’autore scientifico di dare allo stesso una licenza non esclusiva per la pubblicazione in Open Access in modo di mettere di fronte al fatto compiuto l’editore. Se l’autore ha concesso in licenza non esclusiva la pubblicazione in Open Access al proprio finanziatore, non potrà cedere in esclusiva e in via definitiva all’editori i diritti economici.

Il rimedio è peggiore del male perché limita la libertà di scelta dell’autore scientifico.

ii) L’inserimento nella legge sul diritto d’autore di un diritto di ripubblicazione (comunicazione al pubblico) in Open Access. Nel 2013 la Germania ha modificato la propria legge sul diritto d’autore per istituire un «digital second publication right» un diritto di ripubblicazione in Open Access con riferimento alle pubblicazioni scientifiche. La norma ha un campo di applicazione limitato, perché richiede la ricorrenza di alcuni prerequisiti stringenti. Ma ha rappresentato un modello che ha iniziato a circolare in altri paesi europei (i Paesi Bassi, la Francia, il Belgio). Anche in Italia è stata avanzata una proposta che riprende il modello tedesco e la proposta dell’Associazione Italiana per la promozione della Scienza Aperta. La proposta pende davanti al Senato come ddl 1149 dal novembre 2019.

Tutte le disposizioni normative hanno natura imperativa, cioè mirano a neutralizzare la clausola con la quale l’autore cede i diritti economici all’editore. Il diritto di ripubblicazione in Open Access è, in altri termini, inalienabile.

Le leggi olandese e belga aggiungono all’inalienabilità anche la caratteristica dell’irrinunciabilità.

Inalienabilità e irrinunciabilità fanno del diritto di ripubblicazione in Open Access un vero e proprio diritto morale d’autore, cioè un diritto della personalità.