Le origini del gabinetto Mussolini

Gli elementi della crisi italiana, che ha avuto una soluzione violenta con l’avvento del fascismo al potere, possono essere brevemente riassunti nel modo seguente.

La borghesia italiana è riuscita a organizzare il suo Stato non tanto mediante la propria forza intrinseca quanto per essere stata favorita nella sua vittoria sulle classi feudali e semifeudali da tutta una serie di circostanze d’ordine internazionale (la politica di Napoleone III nel 1852-60, la guerra austro-prussiana del 1866, la sconfitta della Francia a Sedan e lo sviluppo che prese a seguito di questo avvenimento l’impero tedesco). Lo Stato borghese s’è cosí sviluppato piú lentamente e seguendo un processo che non è dato osservare in molti altri paesi. Il regime italiano alla vigilia della guerra non oltrepassava i limiti del puro regime costituzionale; non si era ancora prodotta la divisione dei poteri; le prerogative parlamentari erano molto limitate; non esistevano grandi partiti politici parlamentari. In quel momento la borghesia italiana doveva difendere l’unità e l’integrità dello Stato contro gli attacchi ripetuti delle forze reazionarie, rappresentate soprattutto dall’alleanza dei grandi proprietari terrieri con il Vaticano. La grande borghesia industriale e commerciale, guidata da Giovanni Giolitti, cercò di risolvere il problema con una alleanza di tutte le classi urbane (la prima proposta di collaborazione governativa fu fatta a Turati nei primi anni del XX secolo) con la classe dei braccianti agricoli; non si trattava però di un progresso parlamentare; si trattava piuttosto di concessioni paternalistiche d’ordine immediato che il regime faceva alle masse lavoratrici organizzate in sindacati e cooperative agricole.

La guerra mondiale spazzò via tutti questi tentativi. Giolitti, d’accordo con la Corona, nel 1912 si era impegnato ad agire a fianco della Germania nella guerra del 1914 (la convenzione militare firmata a Berlino nel 1912 dal generale Pollio, capo di stato maggiore italiano, entrò in vigore esattamente il 2 agosto 1914; il generale si suicidò durante il periodo della neutralità italiana, non appena la Corona si dimostrò favorevole al nuovo orientamento politico pro Intesa). Giolitti fu violentemente messo in disparte dai nuovi gruppi dirigenti, rappresentanti l’industria pesante, la grande proprietà fondiaria e lo stato maggiore, che arrivò persino a ordire una congiura per farlo assassinare.

Le nuove forze politiche, che dovevano fare la loro comparsa dopo l’armistizio, si consolidarono durante la guerra. I contadini si raggrupparono in tre organizzazioni molto potenti: il partito socialista, il partito popolare (cattolico) e l’associazione degli ex combattenti. Il partito socialista organizzava piú di un milione di braccianti agricoli e di mezzadri nell’Italia centrale e settentrionale; il partito popolare raggruppava altrettanti piccoli proprietari e contadini medi nelle stesse zone; le associazioni combattentistiche si svilupparono soprattutto nell’Italia meridionale e nelle regioni arretrate che non avevano tradizioni politiche. La lotta contro i grandi agrari divenne rapidamente molto intensa su tutto il territorio italiano: le terre furono invase, i proprietari dovettero emigrare verso i capoluoghi delle regioni agricole, a Bologna, Firenze, Bari, Napoli; dal 1919 essi cominciarono a organizzare squadre di borghesi per lottare contro la «tirannia dei contadini» nelle campagne. Mancava a questo immenso sollevamento delle classi lavoratrici nelle campagne una parola d’ordine chiara e precisa, un orientamento unico, deciso e determinato, un programma politico concreto.

Il partito socialista avrebbe dovuto dominare la situazione; ma se la lasciò sfuggire di mano. Il 60 per cento degli iscritti al partito erano contadini; fra i 150 deputati socialisti al Parlamento, 110 erano stati eletti nelle campagne; su 2.500 amministrazioni comunali conquistate dal partito socialista italiano 2.000 erano esclusivamente contadine; i quattro quinti delle cooperative amministrate dai socialisti erano cooperative agricole. Il partito socialista nella sua ideologia e nel suo programma rifletteva il caos che regnava nelle campagne; tutta la sua attività si riduceva a declamazioni massimaliste, a dichiarazioni chiassose nel Parlamento, ad affiggere manifesti, a canti e fanfare. Tutti i tentativi fatti dall’interno del partito socialista per imporre le questioni operaie e l’ideologia proletaria furono combattute con accanimento con le armi piú sleali; cosí nella sessione del Consiglio nazionale socialista tenuta a Milano nell’aprile 1920, Serrati giunse a dire che lo sciopero generale che era scoppiato in quel momento in Piemonte e che era appoggiato dagli operai di tutte le categorie, era stato provocato artificialmente da agenti irresponsabili del governo di Mosca.

Nel marzo 1920, le classi possidenti cominciarono a organizzare la controffensiva. Il 7 marzo fu convocata a Milano la prima Conferenza nazionale degli industriali che creò la Confederazione generale dell’industria italiana. Nel corso di questa conferenza fu elaborato un piano preciso e completo d’azione capitalista unificata; tutto vi era previsto, dall’organizzazione disciplinata e metodica della classe dei fabbricanti e dei commercianti fino allo studio minuto di tutti gli strumenti di lotta contro i sindacati operai, fino alla riabilitazione politica di Giovanni Giolitti. Nei primi giorni di aprile la nuova organizzazione otteneva già il suo primo successo politico: il partito socialista dichiarava anarchico e irresponsabile il grande sciopero del Piemonte che era scoppiato in difesa dei Consigli di fabbrica e per ottenere il controllo operaio sull’industria; il partito minacciò di sciogliere la sezione di Torino, che aveva diretto lo sciopero. Il 15 giugno Giolitti formava il suo ministero di compromesso con gli agrari e con lo Stato maggiore, rappresentato da Bonomi, ministro della guerra. Un lavorio febbrile d’organizzazione controrivoluzionaria cominciò allora di fronte alla minaccia dell’occupazione delle fabbriche, prevista persino dai dirigenti riformisti riuniti nella conferenza della Federazione degli operai metallurgici (Fiom), che si tenne a Genova nello stesso anno. In luglio, il ministero della guerra, Bonomi alla testa, cominciò la smobilitazione di circa 60.000 ufficiali nel modo seguente: gli ufficiali smobilitati conservavano i quattro quinti della loro paga; per la maggior parte essi furono inviati nei centri politici piú importanti, con l’obbligo di aderire ai «fasci di combattimento»; questi ultimi erano rimasti fino a quel momento una piccola organizzazione di elementi socialisti, anarchici, sindacalisti e repubblicani, favorevoli alla partecipazione dell’Italia alla guerra a fianco dell’Intesa. Il governo Giolitti fece sforzi immani per avvicinare la Confederazione dell’industria alle associazioni degli agrari, specie quelle dell’Italia centrale e settentrionale. Fu in questo periodo che apparvero le prime squadre armate di fascisti e che si ebbero i primi episodi terroristici. Ma l’occupazione delle fabbriche da parte degli operai metallurgici ebbe luogo in un momento in cui tutto questo lavoro era in gestazione; il governo Giolitti fu costretto a prendere un atteggiamento conciliante e a ricorrere a una cura omeopatica piuttosto che a un’operazione chirurgica.

La correspondance Internationale, 20 novembre 1922. Firmato A. Gramsci. Come per gli altri articoli pubblicati sulla Correspondance internationale (bisettimanale dell’Internazionale comunista pubblicai in tre lingue a Berlino, Vienna e Parigi) si tratta di una stesura che certo si discosta notevolmente dall’originale italiano e non riflette esattamente il pensiero dell’autore.