«Aria ai monti» in carattere

Gramsci, Antonio

Giolitti parte, lo accompagnano i soliti tirapiedi che gli si strisciano addosso come gattine in fregola di carezze, e non può mancare il nostro amico «aria ai monti», che anzi inalbera per l’occasione le piú belle penne di pappagallo e i piú sgargianti straccetti che le rivendugliole politiche hanno avuto la bontà di regalargli. Ma alla stazione ci sono dei discoli che osano fischiare il divo e avviene uno scambio di invettive brevi, taglienti. «Aria ai monti» è sconcertato; per un momento pare che voglia lanciarsi addosso ai monelli, tanto i suoi bargigli sono infuocati e le penne di pappagallo diritte sulla fronte.

C’è una dimostrazione per la strada; si ferma dinanzi alla casa dell’illustre nostro amico e vuole che sia esposta la bandiera; nessuno risponde. Al quinto piano, dalla soffitta, una donna, annoiata dal fracasso, sventola tre pezzuole colorate credendo cosí di farla finita. Al secondo piano si apre finalmente un balcone e qualcuno si avanza: guarda placidamente gli energumeni che lo vituperano e non si muove. È necessario che qualche chilogrammo di terra fresca imbratti le tende e la faccia del personaggio muto, perché qualcuno si decida finalmente a tirar fuori il drappo.

Oggi è arrivato Salandra: Italien über alles. Chi troviamo in prima fila? Ma naturalmente il nostro «aria ai monti», come sempre in fregola di carezze sulla spina dorsale, che ha tirato fuori e ripulite le solite pennucce e i soliti straccetti e si fa in quattro e in cinque (ce n’è per tanti nel suo corpaccio) a sbracciarsi, a dimenarsi, a mettere bene in mostra le decorazioni di Francesco Giuseppe e di tanti altri, come un saltimbanco che arrivi dal Sud America. Il buon uomo è soddisfatto. Che mangiate, signor Iddio, che bevute! E quanto sudore! Ma la festa è ben riuscita, e i conti tornano, anche se non tornano quelli dell’Esposizione. E ci sarà il regalino, qualche nuova penna, qualche nuovo straccetto, che so io, qualche nota da pagare che verrà scontata al gran banco del contribuente italiano, e tutto andrà bene. Italien über alles.

Nel maggio scorso «aria ai monti» domandava ai fischiatori di Giolitti: «Quanti di voi sono abili al servizio militare?» (naturalmente non l’aveva domandato ai propugnatori dell’impresa libica); ma ora che si è accorto che una certa divisa serve magnificamente anche per resistere a quella formidabile trincea che è il consiglio comunale (e tante altre trincee ci sono da espugnare a Torino) il nostro graziosissimo amico non fa piú domande imbarazzanti. Egli è ormai preso tutto dal suo compito di gattone vizioso che inarca gentilmente la schiena a tutte le mani che vogliono solleticarne i delicati nervi, e fa le fusa e le moine con gli occhi incantati nuotanti nel sego. Poi drizza le penne di pappagallo e sventola gli straccetti. Italien über alles — l’ha detto anche il professor Cian.

(31 gennaio 1916).