La corte dei miracoli

Gramsci, Antonio

Dunque a Torino, e precisamente nei prati di Vanchiglia, esisteva da tempo immemorabile un covo di malviventi. Costoro ogni sera si radunavano in folla, formavano degli assembramenti, tenevano dei pubblici comizi a malgrado del decreto luogotenenziale, avevano un buffet a loro disposizione, giocavano, complottavano, dividevano le refurtive, costringendo gli abitanti del rione a vivere in continua ansia e tremore. La polizia lo sapeva, ma lasciava fare.

Pare di leggere Notre-Dame de Paris di Victor Hugo, o uno dei tanti romanzi nei quali si narrano le glorie e le miserie della camorra napoletana: la descrizione di una corte dei miracoli o di un’assemblea a Portici di «guaglioni» dell’onorata società. Non che sia strano o miracoloso che a Torino ci siano ancora dei malviventi e che essi si riuniscano in clan per sbrigare meglio le loro faccende. Il pregiudizio che attribuisce ad una sola parte d’Italia il vanto delle vaste associazioni a delinquere, non è da noi condiviso. Lo strano ed il miracoloso sta nella constatazione che la questura sapeva, che la questura abbia aspettato tanto a provvedere e che i giornali abbiano cercato di abbacinare il pubblico ricostruendo romanticamente il fatto, facendo del commissario Tabusso un generale Joffre o un colonnello Barone sapiente di strategia e di manovre avvolgenti, che sviluppa tutto un suo piano d’assedio, come se si trattasse della cattura di Verdun o di Gorizia. E sia pure: date la medaglia e fate commendatore Tabusso, ma destituite il questore. Non può avere giustificazioni chi ha aspettato tanto a prendere un provvedimento che la sicurezza della città imponeva, domandava fosse rapido e immediato. Le corti dei miracoli si spiegano nei tempi passati, quando anche i malviventi potevano avere dei privilegi e dei luoghi di rifugio impenetrabili all’autorità esecutiva. E impenetrabile era il campo trincerato preparato dalla malavita nei prati della vecchia Piazza d’Armi: da una parte il muro di cinta del cimitero, con il suo lugubre spauracchio, dall’altra la Dora fetida che forma un saliente e ripara da due lati, e poi dei prati fino al Regio Parco e a S. Mauro. Nel mezzo una costruzione in cemento armato, e sentinelle dappertutto, le campane del gergo che dovevano suonare a martello all’appressarsi del nemico. Un luogo sicuro dalle sorprese, dove i poliziotti ritenevano poco igienico recarsi. E intanto a S. Carlo l’acuto cervello dei commissari, del questore, del vicequestore e dei minori praticanti si affilava per un comizio privato di dieci persone, per un manifestino incendiario, e costruiva complotti, vedeva congiure dei nemici interni e all’occasione faceva arrivare dalle città vicine reggimenti di cavalleria, compagnie su compagnie di carabinieri e di guardie di finanza. E forse mentre sul corso Siccardi infuriava la bufera, là nella corte dei miracoli, la bordaglia beveva il vino rubato nelle cantine, giocava alle piastrelle i denari rubati alle casseforti dei negozi dai soliti ignoti penetrati mediante chiavi false, e si allietava alle carezze delle lupe rigurgitate dai postriboli cittadini. E doveva ridere la canaglia e del questore e del vicequestore e dei Tabussi, e di tutti i loro minori praticanti che eroicamente si facevano crivellare di colpi per l’onore e il decoro di quella parte dell’Italia contemporanea che non è piú barbara.

(20 marzo 1916).