P.O.B.

Gramsci, Antonio

Sono i tre tradizionali personaggi della solita commedia, P. il marito, almeno a termini di legge, O. la moglie, B. il terzo, solo vero autentico marito. La burletta del contratto matrimoniale, borghesemente filisteo, si è trasformata in piena novella boccaccesca. La biscia ha morso il ciarlatano; O., la perversa femmina, si è allegramente infischiata di ogni sanzione penale, ha preso per il naso il povero P. e se ne è servita a meraviglia per i suoi fini, siano essi quali si voglia. La cronaca non può approfondire i moventi psicologici, anche se a compilarla siano chiamati i magistrati della pretura o del tribunale, che si reputano molto navigati per il quotidiano contatto con i documenti umani. Essi possono solo giudicare, alla stregua delle prove trovate, se siano stati violati certi articoli del codice che contemplano una determinata sanzione, ma sfugge loro il complicato meccanismo delle cause ed effetti, delle intenzioni e della loro attuazione. Una femmina proterva si mette in capo di porli in imbarazzo, e questi eterni Bridoison precipitano a capofitto nel mare dei mezzi termini e degli equivoci. O. si fa sposare da P. (cosí dice la cronaca); ma la prima notte delude il suo legittimo orgasmo maritale, gli si rifiuta, e quando accorre gente, proclama che P. è stato già suo marito, ed ella ormai è donna, non piú fanciulla. Rabbia concentrata di P. che si vede cosí amenamente scorbacchiato; egli investiga, sorveglia O., riesce a scoprire che ella è in relazione epistolare con B. al quale manda biglietti in cui si leggono espressioni come queste: «Amore mio, non temere, tu sei la mia vita, il mio tutto…» Domanda la separazione e sporge anche querela d’adulterio, perché da indizi che egli ritiene probatori, gli consta che O. e B. continuano alle sue spalle a filare il perfetto amore.

Il magistrato è costretto a mettersi le mani nei capelli. La volontà di un coniuge dovrebbe bastare di per se stessa a sciogliere il nodo, tutt’altro che gordiano. Ma ci troviamo dinanzi non ad un semplice contratto nuziale, onusto di tutto il peso delle sante tradizioni, di tutto il fardello delle superstizioni semitiche adagiatesi nei comodi stampini della morale e degli interessi borghesi. La morale, quella vera ed universale, non avrebbe niente a ridire per una scissione tra le due parti, che non danneggia nessuno, che non lascia dietro di sé strascichi dolorosi di figli senza focolare domestico. Ma la legge, il diritto, pongono il loro veto. P. non ha dalla parte sua nessuna flagranza, nessun delegato che, cinto del fatidico tricolore, abbia sfondato una poco resistente porta di camera d’albergo o di garçonnière, ed abbia pronunziato le parole sacramentali. Perciò dovrà convivere con O., dovrà continuare a far la parte di marito decorativo, con la certezza che O. e B. continueranno a filare il perfetto amore, ridendosi degli ameni Bridoison della magistratura nostrale. Ma la morale borghese sarà salva, le istituzioni saranno rimaste immacolate, a meno che O. e B. non finiscano col farsi cogliere da qualche Sherlock Holmes posto alle loro calcagna, e il delegato, cinta la sciarpa, non pronunzi le parole sacramentali.

(26 aprile 1916).