Tabù

Gramsci, Antonio

Non toccare i padroni di casa! Dovremmo scrivere in caratteri cubitali quest’avviso in tutte le pareti dei nostri locali, in capo al letto e nei fazzoletti da naso, e persino nelle unghie, per averlo sempre presente, sempre minaccioso innanzi agli occhi. Riceviamo fasci di lettere di inquilini che si lamentano, che denunciano soprusi, che citano fatti specifici. Mettiamo da parte (archiviamo anche noi) per il domani. Ma se per nostra disgrazia, quando siamo sicuri per garanzie ineccepibili, diamo luogo ad una protesta, si aprono le cateratte del cielo, e dovremmo trasformare la nostra pagina in un manuale di epistolografia.

Esiste un decreto luogotenenziale che fissa certe norme per i fitti degli alloggi dei richiamati. Se ne aspetta un altro, e dovrà pur venire, come è venuto in Francia, che liquidi tutte le pendenze e ponga l’ordine nell’attuale squilibrio. I padroni di casa fiutano già che questo secondo decreto taglierà, almeno in parte, i loro profitti, e cercano di premunirsi. Intanto è incominciata la via crucis degli esonerati, che potendo essere richiamati da un momento all’altro, non trovano piú chi voglia dare albergo alle loro famiglie. Ma non è tutto. Bisogna frequentare per qualche ora le sale di una qualsiasi conciliatura per sentirne delle belle.

Un padrone di casa accetta senza parlare i mezzi fitti; ma siccome molti inquilini non si curano di domandare la ricevuta per pagamenti di piccole somme, nel suo registro segna come pagato un mese ogni due, e poi cita per totale morosità negli ultimi mesi. Il galantuomo non ruba, evidentemente, perché non si appropria di un centesimo, e fa condannare il convenuto che ingenuamente s’è fidato della mala bestia. Un altro, vecchio mandrillo, cerca trovare dei compensi al suo attendere, nelle grazie di una giovane moglie di un combattente; ne ottiene una sdegnosa ripulsa, e non potendo far sgombrare per morosità, giustifica la sua decisione con i… cattivi costumi della convenuta. Un altro, persuasissimo che i crediti realizzati durante la guerra non saranno mai pagati dagli inquilini, e che lo Stato, quando provvederà direttamente come in Francia, farà molta tara, convince le sue vittime ad accontentarsi di un piccolo sconto ed a pagare l’intero importo del fitto. E naturalmente le buone massaie, che si spaventano al pensiero dei debiti che si vanno accumulando, accettano.

Cosí i proprietari di case fanno i loro comodi sacrificandosi per alleviare il malessere diffuso specialmente negli strati piú umili della popolazione. Ma guai se uno si lamenta e protesta; viene posto immediatamente fuori della porta e, se è militarizzato, è sicuro di non trovare nessun altro patriota che voglia accoglierlo nei suoi edifizi. Il proprietario di casa è diventato tabú, divinità collerica e illogica che quando la si nomina, si vendica ciecamente colpendo all’impazzata. Ma qualche volta non trascura di dettare al suo segretario una letterina per il giornale, tanto per cercare di rendere note le sue benemerenze e i suoi dolorosi sacrifizi; non è vero, caporale Luigi Grassi?

(12 maggio 1916).