Leggi economiche

Gramsci, Antonio

È stata una buona lezione d’umiltà. Perché lamentarsi sempre e con tutti del rincaro dei viveri, della impossibilità di andare innanzi di questo passo, ecc., ecc.? Il cameriere che mi serve i fieri pasti in trattoria m’ha dimostrato in quattro e quattr’otto che io ho torto marcio, e che contro le leggi economiche è vano dar di cozzo. Veramente non si tratta di una persona comune, di un qualsiasi lavoratore della mensa.

Legge e riflette sulle verità che i quotidiani ammanniscono prodigiosamente nelle loro pagine economiche: ha viaggiato, ha imparato da sé il francese e il tedesco, e, cosa strana, non si vergogna di conoscere quest’ultimo come tanti professori d’università e tanti deputati al parlamento che l’hanno di colpo dimenticato (qualcuno dubita l’abbiano mai appreso), e non veglia le insonni notti sulle grammatiche inglesi per mettersi all’altezza dei tempi.

Dunque il mio cameriere sostiene il fatale andare delle leggi economiche. Diminuiscono i fabbisogni, egli dice usurpando i termini agli Einaudi, ai Borgatta, ai Valenti, ai Dalla Volta, e naturalmente aumentano i prezzi. Però, soggiunge puntando il dito sulla fronte alta e intelligente, non bisogna credere che queste leggi siano proprio fatali. La loro fatalità è in funzione della società attuale, che ha una certa graduazione di ricchezza. E queste leggi economiche paiono create apposta per tutelare i sacrosanti diritti dei ricchi. Esse infatti rappresentano una forma di risparmio, un mezzo per impedire la dispersione di certi prodotti e serbarli cosí per il consumo di chi può spendere molto senza perciò sacrificarsi. Prenda l’esempio dei commestibili, della carne: prima della guerra il consumo ne era abbastanza diffuso anche negli strati piú umili. Guai se il prezzo si fosse mantenuto inalterato; dopo un certo tempo non solo gli umili avrebbero dovuto farne a meno ma, ciò che sarebbe stato gravissimo, anche i superi. Allora entra in azione il benefico controllo della legge economica, e ciò che sarebbe stato consumato da cento in un giorno, basterà per uno cento giorni. Cosí per tutti i generi. La trattoria è un gradino d’una scala. Vediamo a mano a mano passare scendendo tutte le categorie sociali; ieri si sono fermati quelli che potevano spendere 1, oggi sono qui quelli che possono spendere 2, domani saranno quelli che 3, e cosí via. I trascorsi si fermavano nei gradini sottostanti, e scenderanno sempre piú giú nel regno dei succedanei e dei surrogati. Tutto ciò è fatale, ma, per farle piacere, aggiungerò che è fatalmente borghese. Se i gioielli costassero come i pezzi di vetro, a che pro essere ricchi? La contadina potrebbe ornarsi come una duchessa. Ma vede che anche ieri le leggi economiche provvedevano all’uopo, e tenevano ferme le debite distanze. Oggi, nel momento eccezionale, esse sono piú gravose, piú schiaccianti, ma non meno logiche perciò.

Lezione di umiltà, evidentemente. Ma è evidente anche che questa benedetta fatalità è uno spauracchio che convince solo molto relativamente. Perché tutte le leggi, anche quelle che paiono piú metafisiche, piú impalpabili, sono in realtà l’esponente di uno stato di fatto, le cui responsabilità si possono sempre impersonare o meglio, se si potesse dire, inclassare.

(5 maggio 1916).