Ventitre ore

Gramsci, Antonio

Ventitre ore invece di ventiquattro. La corpulenta fantasia di chi scrive su per i giornali ha avuto motivo per sbizzarrirsi. Ne abbiamo letto di veramente carine. Le cartoline del pubblico degli svariati magazzeni dello spirito italiano si arricchiranno di nuovi sottili aneddoti tutti da ridere. E i divulgatori della scienza a buon mercato hanno avuto occasione di parlare di astronomia, di longitudini, di latitudini, di fusi orari. L’utile è stato cosí unito al dolce; e per una riforma che durerà solo qualche mese, non c’è male. Se il cervello lavora a produrre scienza e letteratura, una constatazione almeno è lecito fare: che il cervello esiste ancora, ciò che di questi tempi può anche non essere una scoperta lapalissiana.

Non abbiamo niente da obiettare alla riforma. Solo ci sembra mal scelto il momento della sua applicazione; o, per meglio dire, il giorno. Ecco, noi socialisti — socialisti torinesi in ispecie e della famiglia dell’«Avanti!» in particolare — avevamo stabilito proprio per oggi una grande dimostrazione. Sicuro: non si spaventi nessuno, né rida qualche altro; non si trattava di barricate, né di cose «idiote e nefande». Volevamo semplicemente commemorare lo Statuto. Perché da un anno abbiamo con doloroso stupore dovuto constatare in noi una conversione: siamo diventati costituzionali per la pelle. Il calore nostro di rivoluzionari è passato in altri spiriti; purtroppo dobbiamo ammetterlo. Salandra, Sonnino, il «Corriere della Sera» ci hanno rubato il mestiere. Per conservare la dignità di uomini, per distinguerci, abbiamo dovuto diventare costituzionali. Oggi doveva essere la nostra grande giornata. Per non cadere in errori, per non fare le gaffes solite dei parvenus (ci siamo, purtroppo), avevamo intenzione di invitare al nostro comizio il signor prefetto, il signor sindaco, il signor censore e altre personalità «rivoluzionarie» d’oggi e costituzionali di ieri. Ci avrebbero insegnato tante cose. Ci avrebbero instradati rettamente. Ci sarebbero stati dei contraddittori animatissimi, senza dubbio: la festa sarebbe stata bellissima.

Ci hanno defraudati. Ci hanno indegnamente giocati. Volevamo una giornata completa di ventiquattro ore. Lo Statuto di ventitre ore non ci pare una cosa seria; siamo rimasti, anche nel nostro nuovo ruolo, rigidi e intransigenti. O tutto o nulla. Ci parrebbe una menomazione accettare uno Statuto cosí monco e ristretto. L’on. Salandra non ha pensato a questo inconveniente, quando presentava alla firma luogotenenziale il decreto. Il pensiero di risparmiare sette ore di luce gli ha impedito di rimandare d’una settimana l’applicazione della nuova misura? Oppure la sua adesione alle idee estreme è stata tanto integrale da non fargli ricordare neppure quel giorno che decurtava cosí draconianamente? Non indaghiamo. Esprimiamo solo il nostro rincrescimento per la festa mancata. E non ci chiamino imboscati anche delle nostre nuove idee, gli avversari. Si mettano nei nostri panni. Lo scartamento ridotto non piaceva neppure a loro per il loro programma. E lo Statuto di ventitre ore è a scartamento ridotto, sia permesso dirlo; ventiquattro ce ne vogliono, come nei carati per l’oro, altrimenti non ci decideremo mai a dimostrare visibilmente con i cortei e i comizi, che abbiamo fatto il gran salto e che abbiamo rinnegato le utopie di ieri, del resto cosí bene rappresentate oggi da tanta gente «per bene».

(4 giugno 1916).