L’esercente degli ubriachi

Gramsci, Antonio

«Siamo e mostriamoci prima di tutto uomini (sic) e pensiamo che tutti questi esercenti cosí malevisi — e a torto — sono commercianti che pagano fior di tasse all’erario e che dànno lavoro ad operai». Scrive cosí il signor Martinotti, presidente dell’Unione generale fra esercenti ed affini e mi fa ricordare un signore che al colmo della disperazione perché una carrozza aveva arruotato il suo cane, diceva in una farmacia: «I cani pagano le tasse e dovrebbero essere rispettati e protetti come i cittadini». Non voglio con ciò insultare la benemerita categoria degli esercenti e tanto meno la sottospecie dei liquoristi e vinai che attendono con scrupoloso zelo ad esilarare l’umanità, ma i loro lamentini paiono un tantino esorbitanti. Essi sono d’accordo che bisogna lottare contro l’alcoolismo, ma siccome questa lotta non si può attuare senza che per contraccolpo non avvenga o sia imposta una diminuzione del consumo delle sostanze alcoliche, cosí i benemeriti cittadini che pagano le tasse e dànno lavoro non riescono come Bertoldo a trovare l’albero cui lasciarsi impiccare. Perciò la legge per combattere l’alcoolismo è errata nelle premesse, nelle disposizioni e nelle conseguenze.

Crediamo anche noi che questa, come tutte le leggi in genere, non sia una perfezione, e che l’alcoolismo non sarà per scomparire per le sue disposizioni. Finché esisteranno il vino e gli uomini, ci saranno degli ubriachi e degli alcoolisti, e finché esisteranno certe condizioni sociali il numero di costoro sarà discretamente elevato. Ma la legge può ovviare a certe esagerazioni, può distruggere almeno una parte del male, e perciò è necessario che sia fatta osservare integralmente. Ogni legge fatta per l’utilità collettiva danneggia qualche singolo: ciò è ineluttabile. Il codice penale danneggia enormemente i ladri e gli assassini, ma tuttavia il signor Martinotti non accetterebbe di diventar presidente di una lega tra queste categorie di persone che anch’esse pagano le tasse e dànno lavoro (ai questurini per esempio). A Torino esistono 3000 esercenti degli ubriachi, cioè uno per ogni 150 abitanti; la legge vuol ridurli ad 800, e sarebbero ancora un discreto numero. Per accelerare questa riduzione, vorrebbero che si negasse ogni autorizzazione per apertura d’esercizio e che fossero proibite le cessioni e i passaggi. Quest’ultima disposizione fa saltare la mosca al naso al Martinotti: egli ricorda addirittura l’articolo 29 dello Statuto, il quale sanziona la inviolabilità della proprietà privata. Se un proprietario non può cedere o lasciare in eredità la sua proprietà non è piú proprietario, e quindi la legge è incostituzionale. Ma come allora si addiverrà alla diminuzione? È sempre la questione dell’albero di Bertoldo: solamente che il principio della proprietà privata ha già avuto tali e tante aggressioni, che non pare sia il caso di strillare tanto. Caso mai sarebbe questa una prova di piú che questo benedetto principio è sempre antagonistico al benessere della collettività e della civiltà. Se non lo si fosse mai intaccato, le strade sarebbero ancora strette e luride, le case antigieniche, come cinquecento anni fa; non esisterebbero le ferrovie, non esisterebbero i monopoli sui tabacchi, sul sale, sulle assicurazioni, ecc. ecc. Ora lo Stato ha bene il diritto di limitare, quando ciò ritenga opportuno, anche il principio di proprietà per i vinai e liquoristi. Che essi si lamentino e protestino è umano e naturale. L’esercente degli ubriachi è favorevole alla lotta contro l’alcoolismo fatta per mezzo delle conferenze e dei libri stampati e che non cava il solito ragno dal solito buco, ma è ferocemente contrario a tutte le leggi che, per diminuire l’alcoolismo, facciano diminuire i suoi guadagni e nuocciano alla sua categoria.

(28 marzo 1916).