I re mortali

Gramsci, Antonio

Scorro distrattamente con gli occhi il nuovo mazzo di carte. Eleganti, lussuose, spiritose anche in qualche pupazzetto che esce dal convenzionale della passione politica del momento. Un foglietto che le avvolge avverte che esse sono l’ultimo ritrovato del patriottismo, un episodio della buona battaglia, e afferma: è la prima volta che un tentativo del genere, ecc. Santa illusione di chi non vede oltre la propria scalmana e crede d’aver trovato in un mazzo di carte la leva per rivoluzionare l’umanità! Ma non esageriamo, via! Ciò che fu torna e tornerà nei secoli, e la nostra debolezza crede che sia nuovo, originale, uscito allora allora dalla matrice infuocata della fantasia creatrice. Eppure le cronache dicono…!

Anche a proposito del mazzo di carte le cronache dicono che in ben altri momenti di sconvolgimento, di odio belluino per tutto ciò che era passato, nemico antagonista formidabile, la fantasia creatrice volle lasciare le stigmate dei suoi sentimenti nelle figure delle untuose carte da gioco. E i re, le regine, i fanti, furono sostituiti dalle simboliche figure della Libertà, dell’Eguaglianza, della Fratellanza, e gli assi furono avvolti dei fasci repubblicani e si chiamavano leggi; e si aveva la libertà di fiori, o di trifoglio, l’eguaglianza di picche, la fraternità di quadri, la legge di cuori, ecc.

Ma se leggete Anatole France, e il suo tentativo di ricostruzione tipica della Rivoluzione francese nel Les dieux ont soif, troverete anche l’assennata risposta che l’incisore Jean Blaise dà al cittadino per eccellenza, a Gamelin. Mio caro, dice pressapoco l’uomo d’affari, il vostro tentativo è nobile, è una grande prova di civismo, e la Convenzione nazionale dovrebbe darvi una particolare attestazione di merito. Ma provate ad offrire le vostre carte ai piú scamiciati sanculotti che in berretto frigio e carmagnola passano le serate a giocare nelle bettole del Palais Royal, e poi v’accorgerete se, come è stato possibile detronizzare i re e le regine di carne ed ossa ed abolire i privilegi dei cavalieri, sia altrettanto facile togliere dalla circolazione gli innumerevoli regnanti che passano fra le mani dei patriotti piú convinti. Del resto — aggiunge — questi fanno giustizia da sé, e furibondi picchiano sul tavolo quando compaiono i tiranni e persino i gros cochons.

E cosí la Grande Rivoluzione è passata, rapinando nella sua furia tante cose che sembravano durature, e le vecchie carte sono rimaste, con le loro linee semplici, grottesche, incoscientemente caricaturali, e sono talmente entrate nelle abitudini mentali cosí come sono, che ormai hanno acquistata l’immortalità.

Hanno un loro linguaggio le vecchie carte, che richiamano le miniature medioevali con le effigi dei re longobardi, e nulla oppone tanti ostacoli alle innovazioni quanto il linguaggio. Tanto è vero che gli esperantisti sono ancora, dopo tanti anni, allo stato di bozzolo senza farfalla, e da Leibniz al dott. Xamenoff non è da dire che siano loro mancati i paladini.

(30 aprile 1916).