Giocattoli

Gramsci, Antonio

«Alla lanterna, bambole di stracci tedeschi, orribili musi cuciti, pulcinella teutonici di caucciù e di ebanite, di cartapesta e di gesso! Alla lanterna, ippopotami di pessimo gusto fabbricati in Prussia!» Con questo fiero grido di guerra un giornale cittadino somministra il santo viatico all’iniziativa del Circolo degli artisti, che vuol dare all’Italia il balocco italiano, e ai bimbi merce nazionale. È stato bandito un concorso, sono stati assegnati dei premi, è stata stabilita una graduatoria. Ma cosa ne penseranno i bambini italiani di tutto ciò? Quale graduatoria stabiliranno, essi? Il Circolo degli artisti è partito da criteri di educazione estetica, ha stabilito una sua scala di valori nei giocattoli, ed ha esclusi quelli che a suo parere erano brutti. Ed è cosí caduto in un errore fondamentale, che farà fallire completamente il tentativo, e lascerà l’Italia ancora per qualche tempo senza il balocco nazionale. Non sono gli artisti, anche se il Pascoli abbia detto che in ognuno di essi parla un fanciullino, che devono giudicare dei balocchi. Che un balocco sia brutto o bello per i bambini non conta un fico secco, e i tedeschi, maestri in penetrazioni commerciali e compatrioti di Pestalozzi, ben lo sapevano. Gli ippopotami di pessimo gusto, le bambole di stracci, gli orribili musi cuciti, ecc. ecc., avevano fortuna e smercio precisamente per la loro bruttezza e per la loro impersonalità artistica.

Il bimbo non vuole che il balocco gli si imponga con la sua immagine sagomata in linee perfette e determinate, vuole che il balocco gli lasci ampia libertà di creazione. La sua fantasia crea il balocco, non viceversa. L’aritmetica è un’opinione, la bellezza è un opinione per i bambini; due piú due può essere uguale a un milione, e il piú sdrucito pulcinella può destare immagini e fantasia e giochi quali il piú perfetto gingillo uscito dalle mani di Leonardo Bistolfi non è capace di suscitare. Il fanciullino che dorme nel cuore degli artisti (specialmente se appartengono ad un circolo) è troppo ben educato e ha ricevuto sulla sua pelle troppe verniciature e leccature, perché ricordi le sue bizzarrie e i suoi capricci infantili. Il ragioniere Eugenio Chiesa, col suo gusto di salumaio, può essere per i giocattoli piú buon giudice di L. Ristolfi: non preoccupazioni di bellezza, ma solo preoccupazione di vendita, che per la formazione di un’industria nazionale è la piú nobile delle preoccupazioni. Poiché per vendere non bisogna avere preconcetti o proporsi dei programmi di educazione artistica, dato e non concesso inoltre che il bello possa essere insegnato cosí come l’alfabeto e la tavola pitagorica.

In fondo il Circolo degli artisti ha voluto solo dimostrare che l’arte può essere trasformata in lanciabombe per la guerra economica. La mania sarebbe innocente se non potesse andarci di mezzo il portafoglio del padre di famiglia, costretto da leggi restrittive di dogana a comprare ciò che i figliolini magari butteranno via senza neppure guardare, e al ministero purtroppo c’è Giovanni Rosadi.

Leonardo Bistolfi dovrebbe persuadersi che gli affari devono essere fatti dagli uomini d’affari, anche per i giocattoli, perché altrimenti si vedranno di nuovo nelle case italiane gli ippopotami di pessimo gusto, le orribili facce cucite e gli altri delinquenti che si vorrebbero vedere appesi alla lanterna.

(10 marzo 1916).