Labirinto

Gramsci, Antonio

Non sarebbe difficile rintracciare nelle obiezioni che il compagno Bertero ha mosso alla proposta del quotidiano socialista i caratteri specifici di una determinata «tendenza». Ma ciò ha un’importanza relativa, in questo momento; importa di piú dimostrare che quelle obiezioni sono assurde in se stesse, che impancarsi e teorizzare sulla loro origine logica è spezzare una lancia superflua contro un modo di concepire l’attività del nostro partito, che, secondo noi, è definitivamente superata e non può sperare piú in alcuna riscossa.

Viene ricordato con insistenza che l’organizzazione proletaria a Torino è tutt’altro che in quelle floridissime condizioni che da qualcuno può credersi. E ciò si dà come ammesso. Ma vuol pretendersi forse che la fondazione di un quotidiano verrebbe ad intralciare in qualche modo ogni ulteriore sviluppo di questi organismi, o che le energie dedicate ad un giornale siano distolte dagli altri obiettivi? Il Bertero, e chi la pensa come lui, sono sperduti in pieno in un labirinto senza uscita, e ciò non fa molto onore a chi ha la pretesa di nuotare in piena realtà e ride degli altri che hanno il capo tra le nuvole. L’organizzazione come fine a se stessa è un inciampo al divenire del socialismo, e non è affatto un propulsore di progresso. Educa all’egoismo, trascende nel corporativismo, nelle gare di categoria. Polverizza le forze proletarie, e noi sentiamo invece sempre maggiore il bisogno dell’unità, della coesione. Per ottenere queste bisogna creare degli organi competenti, bisogna domandare anche dei sacrifici, bisogna che la massa amorfa, fluttuante, come la chiama anche il Bertero, sia rinsaldata da un entusiasmo, da un’abitudine intellettuale. L’organizzazione ha essenzialmente dei fini immediati, piú che altro economici; serve a costituire dei ranghi, ma questi devono essere mantenuti sempre integri e compatti da un’idea generale, da un fine lontano, che imponga una disciplina costante, metodica. Solo lo sciopero realizza attualmente l’unità delle organizzazioni; ma lo sciopero non può essere in permanenza.

Ebbene, noi ci siamo preoccupati precisamente di questo stato di fatto, caro Bertero, e siamo piú vicini alla realtà di quanto superficialmente non paia. La nostra qualità di giornalisti non c’entra affatto, siamo soprattutto socialisti, e l’attività che ora diamo al giornale è una parentesi, non un programma per l’avvenire. Molto probabilmente quando il quotidiano si farà (se si farà) qualcuno di noi sarà lontano da Torino, e adempirà a dei compiti molto piú modesti, seppure utili allo stesso modo. È il Partito socialista che a Torino si trova dinanzi ad una svolta; la sua azione politica e amministrativa, la sua efficacia energetica non è all’altezza della sua forza effettiva. Bisogna che questa sia valorizzata, che abbia maggior peso. L’organizzazione se ne avvantaggerà di molto, perché gli italiani purtroppo sono piú sensibili alla lotta politica che a quella economica, e perdono piú tempo a discutere una frase dell’on. Giolitti, che di una legge che legherà per vent’anni la loro produzione industriale e agricola. Il quotidiano, nelle modeste proporzioni che ha indicato giorni fa o.p. potrà compiere quest’opera. Sarà un focolaio d’entusiasmo, sarà la voce del partito che ogni giorno legherà nuovi spiriti, nuove energie. Creerà un elemento nuovo: l’abitudine e, ciò che piú conta, l’affetto alle nostre istituzioni; perciò farà cessare quelle fluttuazioni di uomini che tanto impressionano il Bertero. Esca dal labirinto logico e tendenziale in cui si è smarrito questi, e si accosterà anch’egli alla realtà, a quella piú vera realtà che non è costituita solo di numero e di burocrazia, ma anche di idee e di sentimenti.

(8 giugno 1916).