Prodotti nazionali

Gramsci, Antonio

L’invito insinuante vi segue, vi perseguita dalle vetrine, dalle pareti dei negozi: «Preferite i prodotti nazionali». Vi sta sempre dinanzi agli occhi come un monito od un’accusa implicita. Alla coercizione statale che, imponendo ai confini le barriere doganali e facendo rialzare i prezzi, obbliga i cittadini a comperare un prodotto piuttosto che un altro, si cerca di aggiungere anche una coercizione morale.

E va bene. Non si deve avere nessuna pregiudiziale generica. Il prodotto nazionale è frutto della nostra industria, è prova della nostra civiltà economica, e se viene offerto a condizioni vantaggiose e di qualità equivalente a quella del prodotto estero, perché boicottarlo? Se l’invito ha solo lo scopo di richiamare l’attenzione su ciò che prima si trascurava, si disprezzava per una facile abitudine di autoscreditamento, potrebbe anche essere approvato. La guerra, troncando molte delle correnti commerciali tradizionali, stabilisce automaticamente delle condizioni di monopolio che gli industriali italiani possono aver sfruttato per tirarsi su, per mettersi in istato di poter fare ciò che prima era impossibile, date certe condizioni speciali del nostro paese e la mancanza di certe materie prime.

Ma purtroppo non a questo tende il richiamo insinuante e suggestivo. Lo scopo che si vuole ottenere è un tantino diverso. Si vuole sostituire al fatto economico della libera concorrenza e della libera scelta in base alla maggior convenienza, una coercizione morale in cui il fattore politico ha la prevalenza. Domando al farmacista dell’aspirina, un medicinale che deve avere un minimo di bontà indispensabile perché dia i risultati terapeutici del caso. Mi pone innanzi tre boccette a marca differente: tedesca, francese, italiana e mi fa questo ragionamento: il prodotto italiano è il primo che si cerca lanciare sul mercato; non è da paragonarsi a quello Bayer e neppure a quello francese, che pure non è ottimo. Ha un odore fortemente acidulo, che indispone, mentre gli altri due sono completamente inodori; ha un’apparenza di polverina di marmo che consola, mentre gli altri si presentano sotto forma di bei cristalli lucenti e trasparenti. Ma è italiano, è un prodotto nazionale, ed è dovere di buon patriota di comperarlo perché la nostra industria chimica si affermi e il nostro mercato si renda indipendente dall’estero. Domando se vi sia differenza di prezzo: nessuna. Il farmacista infine, quando mi decido per l’aspirina Bayer, mi confessa che anch’egli non si fiderebbe del prodotto italiano, perché quel fetore insopportabile di acidità, lo porrebbe in guardia e lo farebbe dubitare che oltre alla febbre, un disturbo viscerale si dovesse aggiungere a tormentarlo. Tuttociò, se non fosse indegno e ributtante, sarebbe per lo meno ingenuo. Il «Preferite i prodotti nazionali» diventa una trappola. Nei medicinali poi, se chi sceglie è il farmacista e non il cliente, e il patriottismo vi pone lo zampino, la trappola può diventare pericolosa, perché l’integrità fisica del consumatore va di mezzo.

Ahimè! Non è cosí che l’industria italiana si renderà indipendente e si cancellerà la convinzione che tutto ciò che è italiano deve essere perciò solo inferiore e disprezzabile. E i consumatori posti tra la legge economica del minor prezzo e della miglior qualità e l’illusione morale di giovare alla nazione preferendo i prodotti nazionali, seguiranno ancora una volta la via piú logica e naturale, e ciò facendo renderanno un servizio alla nostra attività produttrice costringendola a essere onesta e a porsi allo stesso livello di quella straniera.

(9 aprile 1916).