Saverio Grosso

Gramsci, Alberto

Ha scandolezzato persino l’«Idea nazionale» che, come si sa, è giudice competentissimo di cattolicismo e di pratica devota. Il giornale romano adopera parole che colpiscono in pieno petto l’autorità del critico del «Momento»: — Povertà di spirito, incomprensione sorda, grettezza miserevole, sciocchezze, ecc. ecc. Per una volta tanto possiamo andar d’accordo con lo scrittore nazionalista, e applaudire all’intemerata contro il povero Saverio Fino, l’elegante, spiritoso professore tanto caro alle allieve degli istituti femminili clericali della nostra città. Ma non prendiamolo tanto sul serio, per amore di S. Genoveffa. Si sa che egli deve trarre dalle corde dei suoi vari colascioni delle note che saranno rivedute e corrette dalle autorità religiose competenti. Alle sue lezioni, anche a quella di economia, presenzia sempre una vecchia monaca che controlla le espressioni dell’avvocato poeta, e si sa che la pietra filosofale della sua critica drammatica è la pornografia e la santità delle intenzioni. Non fa meraviglia quindi che sia stato cosí crudele e cosí grettamente sciocco nel giudicare del poeta cattolico Claudel. Il Claudel è troppo grande artista per preoccuparsi di certi scrupoli dei «cattolici autentici»; quando gli giova per il raggiungimento di un fine artistico, non evita di servirsi delle cosiddette parolacce, e i personaggi dei suoi drammi si accostano talvolta piú a quelli del Cantico dei cantici che a quelli del resto della Bibbia. Sensualismo, sbraita Saverio, e distingue risibilmente la vera corrente cattolica francese dei Bourget e dei Barrès (che è cattolico per convenienza politica) da quella di Claudel, che pure osserva tutte le pratiche del culto, dal digiuno del venerdí alla preghiera dell’angelo custode. Il piccolo fariseo del consiglio comunale pare abbia la fobia della scollacciatura, eppure non sarebbe difficile dimostrare che scrittore piú pornografico di lui non esiste neppure tra i collaboratori di «Sigaretta» o di «Voluttà». E non già per il fatto noto che il nostro moralista ami recarsi ai piú spettacolosi veglioni a braccetto di eleganti donnine, ma perché, come mi confessava un molto intimo amico, quando si legge una delle pappolate poetiche pascolineggianti di Saverio, è tanto il ribrezzo che destano in chi è sano di cervello e di corpo quelle sue Concette servette di curati intabaccati, che entra furiosamente nelle vene il desiderio di abbracciare una bella donna viva che non sia gelatinosa e clorotica come quelle che la fantasia dei solitari masturbatori del «Momento» offre alla libidine dei giovani della «Cesare Balbo».

Pare inoltre che alcuni censori piú papalini del papa e piú «autentici cattolici» di Saverio si domandino se sia compatibile il mestiere di moralizzatore a tutti i costi e quello di avvocato difensore anche delle peggiori canaglie. Infatti se è sensuale Claudel, perché nei suoi libri introduce personaggi che ubbidiscono anche a quegli istinti demoniaci bollati dal critico, come potrebbe definirsi l’avvocato cattolico che per amor della parcella difende anche chi conosce per perfetti bricconi? L’integrale fusione tra il privato cittadino cattolico e l’artista deve essere affermata anche per il cattolico e l’avvocato, se no dove va a finire l’autenticità?

(7 febbraio 1916).