Fuori dai cardini

Gramsci, Antonio

I cosí detti «drammi d’amore» si susseguono in modo impressionante. Cosí annota la cronaca, raccontando con la solita esuberanza di particolari come qualmente il cittadino Ermenegildo Grosa, soldato del 7° Bersaglieri, abbia soffocato con un cuscino la sua amante Caterina Astegiano in una solitaria camera dell’albergo del Merlo Bianco, e come qualmente in seguito si sia svenato recidendosi la carotide. E il cronista, per dovere professionale, fa le sue ipotesi, avanza i suoi dubbi, istrada i lettori ai misteri delle camere d’albergo dove si dànno convegno gli amanti appassionati.

Ma il cronista non convince. E, d’altronde, non è questo un suo compito. Perché questi fattacci si ripetano con periodica assiduità bisogna convenire che qualche elemento nuovo è sopraggiunto a sconvolgere il ritmo che finisce per crearsi anche nelle attività piú bestiali dell’uomo, anche nell’assassinio. Tutti sentiamo questo elemento nuovo, ma non sappiamo rendercene perfettamente ragione, tanto esso è oscuro, impalpabile. Si ha l’impressione che il mondo sia uscito dai cardini e sia sospeso a mezz’aria, in una posizione provvisoria, che non può durare, ma che turba le coscienze e le mantiene in uno stato di irrequietezza e di orgasmo. Tutto è d’eccezione: le responsabilità individuali sono assorbite da una responsabilità superiore, immanente in tutti e concretizzantesi in nessuno, che assolve e condanna con leggi non consuetudinarie, ma transitorie, escogitate per il momento assurdo che viviamo. L’individuo è scomparso, è assorbito nella macchina «nazionale» e non sente piú i freni inibitori della coscienza. La vita umana è rinvilita nel mercato europeo: cosa conta una vile donnacola il cui collo sottile si offre allo strangolatore esaltato, quando milioni di vite sono sospese a un filo, e un mietitore invisibile ne falcia ogni giorno a manate piene, a enormi cumuli di sanguinosi covoni? La collettività si è realizzata violentemente in ente assoluto, quando ancora le coscienze individuali non avevano raggiunto quel quadro di maturità necessario per comprendere che la base granitica del dovere è in noi stessi e non nella spada di Damocle della giustizia punitiva. Molti, galantuomini ieri per mancata occasione a delinquere, per debolezza, per paura, hanno sentito il capogiro per l’odore di sangue che si respira nell’aria, per l’atmosfera di strage che ci circonda e colpiscono per ragioni che ieri li avrebbero solo spinti al sorriso o al pianto.

Non è la prima volta che ciò si verifica nella storia. In qualche paese di montagna ricordano ancora con terrore le scene che succedevano cinquanta, settant’anni fa, quando i coscritti venivano arruolati per un servizio che durava anche dieci o dodici anni. Era come un saturnale dei bassi istinti dell’uomo: nelle case dei parenti le madri intonavano il canto delle prefiche per quelli che non speravano piú rivedere, e gli altri si asserragliavano per non vedere le loro donne violate, il loro bestiame ucciso, i loro campi devastati dalle bande di reclute che facevano le prime prove della forza che crea il diritto.

Oggi — Giove sia lodato! — ciò non succede piú, perché, si voglia o non si voglia, qualche progresso s’è pur fatto. Si susseguono i cosí detti «drammi d’amore» per dar lavoro ai cronisti. Ma in fondo in fondo, non ci si può lamentare troppo.

(4 maggio 1916).