Il mito degli iperborei

Gramsci, Antonio

Dopo un anno e mezzo di vagabondaggio nei mari aperti del nord, gli Iperborei sono felicemente sbarcati nelle terre del sole. Quale Omero canterà il loro errare, le avventure meravigliose nelle terre dei Lotofagi, presso le Calipso e le Circi boreali che trattennero i loro condottieri avvinti coi dolci lacci d’amore? Ahimè! Passato è il tempo della poesia epica, ed è il giornale che ha distrutto questo fiore precoce della fantasia umana.

Già nel settembre del 1914 il giornale piú bene informato di Torino aveva mandato un corrispondente speciale a scortare i nuovi Ulissidi, e qualche notizia era già arrivata al mondo civile di questo nuovo ciclo eroico che stava aprendosi. Gli Iperborei, annunciava il giornale sullodato, sono partiti da Arcangelo (nome fatidico di buon augurio), hanno costeggiato l’estrema Tule, e le prime barbe cosacche e chirghise sono già state viste nella Scozia. Il giornale subalpino destò l’invidia dei suoi confratelli romani; si apprese che tutti avevano mandato i loro corrieri in anticipo ad Arcangelo; s’apri una interessante disputa per sapere chi prima avesse dato la bella notizia. Uno storico di Napoleone, pur esso torinese, abituato a documentare le sue ricerche e le sue monografie press’a poco come Marco, il sanguinario, documenta le sue cronache di palazzo Siccardi, pubblicò un epistolario inedito di una dama che giurava e spergiurava di aver proprio coi suoi occhi visti gli Iperborei passeggiare per le vie di Glasgow e di Edimburgo. La correttezza personale del direttore del «Popolo» s’impose, come al solito, la disciplina del silenzio; il tempo naturalmente gli avrebbe dato ragione, come è solito, da gran galantuomo, darla a chi se la merita.

Un anno e mezzo è trascorso. La giubilante notizia è arrivata. Sono finalmente alla Cannebière i tanto attesi. La disciplina del silenzio ha prodotto i suoi frutti. Pensate ai mostri che attendevano in agguato la flotta fantasma, alle insidie che avrebbero potuto inghiottirla fra le brume e le nebbie, alle Circi che avrebbero potuto trasformare in bestie immonde gli eroi del nuovo ciclo epico. Perché dar loro le notizie precise sull’itinerario, sul contingente, sui fini? Meglio inghiottire in santa pace gli scherni dei maligni, gli sberleffi e i lazzi degli scettici impertinenti. Il tempo avrebbe dato ragione. Certo un anno e mezzo è un po’ troppo in questi tempi di telegrafo senza fili e di transatlantici a molte eliche, ma bisogna pensare che si tratta di Iperborei, di primitivi che seguivano una rotta omerica di circumnavigazione, remigando affannosamente alla ventura senza possibilità di approdi, tutti insidiosi.

Facciamo atto di contrizione. Incominciamo a credere davvero che il conte Orsi sia una cima di giornalista e che il tempo sia il suo alleato naturale. Certo sarebbe stato degno di vivere nei tempi omerici, quando i miti erano ancora l’unica storia possibile, e le notizie arrivavano dopo due o tre anni dall’accadimento del fatto. Ma non bisogna disperare. Dopo la fine della guerra qualche erudito tedesco saprà ben dimostrare, per vendicare la sua patria offesa dalla terribile campagna della personalità piú importante dell’interventismo subalpino, che il conte Delfino è una reincarnazione di uno di quei compagni che Ulisse fu costretto a lasciare sul monte Circello, perché, come testimonia Giovanni Battista Belli, preferirono rimanere animali al ridiventare uomini.

(22 aprile 1916).