Per un mandarino dell’università

Gramsci, Antonio

Cari amici,

lasciate che oggi sia io a riempire questo angolo della vostra pagina. Da qualche mattina mi alzo da letto con una maledettissima, carducciana voglia di fare a pugni con qualcuno. È forse la primavera che sveglia anche nel mio sangue coagulato di pedagogo dei fermenti impuri, degli stimoli irresistibili di azione diretta.

Voglio prendere per il petto l’illustrissimo prof. Cian. Voglio sballottarmelo ben bene, questo noioso cultore del pettegolezzo letterario, questo epistolografo da bocca del leone, questo sterile ciucciariello che non essendo riuscito a eiaculare dal suo cervellaccio di struzzo altro che noiosissimi quintaliferi volumi su Dieci anni di vita di P. Bembo (800 pagine), su l’influsso del teatro spagnolo in Italia (900 pagine), sul veltro dantesco (750 pagine) ecc., cerca di procurarsi nomea e benemerenze denunziando alle autorità scolastiche tutti quei professori che hanno il torto di voler fare solo il loro dovere di insegnanti e che non vogliono intrufolarsi nella politica militante per cogliere il sospirato alloro del patriottismo.

Altri due professori ora cerca d’infamare il mandarino dalla chilometrica coda, due colleghi del ginnasio-liceo Cavour. Uno, colpevole di aver redarguito gli scolari che menavano gazzarra in classe; ma la gazzarra era intonata sull’inno di Mameli, quindi delitto di lesa nazione e accusa di cercare di intepidire l’entusiasmo. L’altro già collega in nazionalismo, poi germanofilo e neutralista, ed ora colpevole di interiezioni ed affermazioni eterodosse: un seminatore di panico insomma. Cian vigila, giudica e manda come Minosse della Divina Commedia, che egli diffama dinanzi alla scolaresca con le ridicole salivazioni della sua grossa erudizione da tedescaccio legnoso e col suo gusto da stenterello friulano. Guardatelo quest’uomo che prima della morte di Arturo Graf si precipitava a Torino ad ogni incrudimento dell’infermità dell’illustre maestro, sentendo puzza di cadavere e volendo assicurarsi che l’ipoteca da lui posta alla successione non corresse pericolo. Vedetelo sgambettare su e giú dal Fiorina a via Po, a via Giovanni Berchet, a via Mazzini come un bracco in traccia di selvaggina per la sua carica di presidente del comitato per lo spionaggio interno. Non porta nel suo nome friulano il marchio di fabbrica, questo nato non per l’incrocio di un vecchio iddio della patria mescolatosi in amore con una fata del settentrione, ma da un mancato aborto procurato di una donna violata da uno sbirro del vecchio imperatore d’Austria?

I suoi scolari lo sopportano, e ridono della sua fatuità di commentatore del Cortegiano di B. Castiglione, i suoi colleghi quando parlano di lui, accompagnano il suo nome col grazioso nomignolo di asino. Ma il vecchio troupier della bagola tira dritto nell’alta missione che si è proposta di aduggiatore di cervelli e di denunziatore di onesti insegnanti laboriosi, che o sono seguaci di un’idea, come il Sanna denunziato nel 1912 per il suo antilibicismo, o il Ciaffi e il Lemmi denunziati ora per qualche sfogo incongruente e perfettamente innocuo. Gian Pietro Lucini ha scritto una volta che il nome di Cian gli si accompagnava nella fantasia costantemente con l’immagine di una cimice; a me ritornano ora in mente quelle quattro righe e il ribrezzo per l’animaletto immondo riesce a calmare il sussulto del mio sistema nervoso. Ciò che volevo ottenere con questo sfogo.

Saluti dal vostro

Pedante esasperato

(17 maggio 1916).