Il pudore

Gramsci, Antonio

È quella tal delicatissima cosa che ognuno sarebbe imbarazzatissimo a definire. Complesso di sensazioni di ribrezzo, di nausea per certi atteggiamenti fisici e morali che variano di volta in volta e di persona in persona, pur mantenendo immutato il nome. Se fossimo scienziati della scuola positiva e muovessimo nelle nostre ricerche di sociologia sperimentale fin dalla preistoria, potremmo sostenere la cinica tesi che il pudore, secondo la cosí detta filosofia del linguaggio, era ed è ancora la reazione fisica del nostro organismo per certi spiacevoli odori, e l’imperativo categorico che il ritegno e la vergogna impone di non far sentire e vedere agli altri ciò che dispiace a noi stessi. Ma siamo piú modeste persone. Cosí nel mio odio per le tesi paradossali ammetto senza discussione che il pudore esiste ed è una cosa molto delicata e rispettabilissima.

Non posso ammettere però che possa esistere il pudore in astratto, come entità trascendente uomini e cose, perché altrimenti dovrei riconoscere che tutti gli uomini non fanno che continuamente oltraggiare questa nuova divinità giuridica. Eppure il codice, tanto caro in questi suoi articoli a tutti i pruriginosi Gigioni del nostro paese, lo ammette e lo salvaguarda. Tanto che i giudici, siano essi anche popolari, arrivano a conseguenze addirittura strabilianti. Vedete ciò che è capitato al repubblicano Chiavassa. Egli ha cercato di strangolare la sua amante cacciandole in gola il piú caro pegno d’amore, le rosee mutandine, e i giurati hanno ammesso la totale infermità di mente, e l’hanno mandato assolto. Ma il disgraziato non solo aveva fatto del male alla viva, concreta persona umana di Marta Mottura, aveva anche oltraggiato l’indefinibile ed evanescente divinità Pudore, e allora l’infermità di mente non è valsa piú di zero, e i giurati l’hanno implacabilmente condannato. In tutto ciò esiste un’assurdità che dovrebbe saltare agli occhi di chiunque. Poiché diritto e procedura dovrebbe essere la cosa piú concreta e piú palpabile di questo mondo. Tanto concreta e palpabile che ricordo non aver offeso il mio senso comune, sebbene mi abbia fatto ridere, il caso di quel vecchietto che denunciò un giovanotto per offesa al suo pudore, e riuscí a farlo condannare perché pare che, buontempone, cogliesse proprio il momento di essere visto dal querelante per abbandonarsi ad esposizioni di cattivo gusto (il caso, se bene ricordo, fu proprio riportato umoristicamente nell’«Avanti!» dall’allora compagno Silvano Fasulo). Ma il Chiavassa di chi aveva offeso il pudore? Forse della sua amante? O questa non aveva fatto viceversa? E allora non sarebbe ora che certe cose fossero contemplate nel codice senza tanti pregiudizi e con un senso piú vivo della realtà? Nel Medioevo si imbastivano processi anche contro gli animali che avevano in qualche modo offeso l’Iddio dei cristiani. Tanto era vivo il senso dell’esistenza fuori della coscienza umana della divinità che anche gli esseri irragionevoli erano tenuti responsabili del sacrilegio. Ci pare che per il pudore si sia ancora nel Medioevo. Non si ammette che esso esista fuori della coscienza umana e dei singoli individui a tal punto che si ritiene colpevole e meritevole di una sanzione punitiva anche colui che nello stesso istante è ritenuto irresponsabile di un delitto commesso a danno della carne e delle ossa di una donna che vive, mangia, beve e veste panni?

(12 febbraio 1916).