Piccole ironie

Gramsci, Antonio

Ma è proprio vero che noi non ne azzecchiamo mai una? E, peggio che peggio, quando ci mettiamo in testa di usare qualche riguardo alle autorità costituite? Badate che cosa ci capita a proposito del caso Bauchiero. I suoi «dipendenti» di Torino apprendono che il titolare della fortunata azienda per le forniture militari, dopo alcuni mesi di prigionia preventiva, è rilasciato in libertà provvisoria e quando il cavaliere si ripresenta nello stabilimento impiegati ed operai gli improvvisano una dimostrazione di simpatia. Dimostrazione evidentemente sconveniente. Noi la notiamo subito e ne diciamo le ragioni piane, chiare, irrefutabili. Parliamo anche di servilismo e ne abbiamo ben donde, ché i proletari non devono mai dimenticare che «dipendere» non vuol dire «servire». C’è una dignità di classe e umana che stabilisce un rapporto, non diciamo d’eguaglianza, ma di differenza tra proletari consapevoli e proprietari anche onesti, e codesto rapporto non dovrebbe consentire alcuna dedizione servile. L’industriale sia pure dotato del cuore migliore e di intenzioni ottime, non può sottrarsi all’ubi consistam della propria condizione preordinata sullo sfruttamento, sul plusvalore. L’industriale che ricusa codesta condizione sua non è piú tale: sarebbe un pessimo padrone, quand’anche la strada che batte fosse lastricata di buone intenzioni. Noi vogliamo un padronato forte, attivo, conscio dei propri interessi, energico; solo cosí in lui gli operai scorgeranno un propulsore di classe, per approfondire e risolvere le antitesi sociali. È quindi logico che certi abbracciamenti di simpatia e di cordialità fra chi sfrutta, per necessità di cose, e chi è sfruttato, ci appaiono riprovevoli. E demmo cosí la nostra riprovazione agli operai del cav. Bauchiero, tutt’ora accusato di frode ai danni dell’erario.

Ora un giornale cittadino, che pare si occupi spesso e volentieri, però sempre serenamente e cortesemente, della nostra attività, scrive:

 

L’«Avanti! » non è molto soddisfatto delle manifestazioni degli operai, spontanee ed affettuose, verso il Bauchiero, e trova che esse sanno di servilismo, contrario alla dignità proletaria. Ma pare a noi che l’«Avanti!» quanto meno esageri un tantino. Gli operai conoscono il loro principale e lo stimano, vivendo con lui una quotidiana vita di lavoro, in un simpatico affiatamento. Dopo parecchi mesi di detenzione sotto un’accusa che non vogliamo credere, il principale ritorna fra loro. Essi non vanno tanto per il sottile, né pensano che il loro atteggiamento possa influire nel futuro giudizio del tribunale e che egli è tutt’ora sotto giudizio, gli vanno incontro e gli porgono semplicemente il loro affettuoso saluto. Che c’è di male in tutto questo? Lo vietano forse i santi principî della lotta di classe?

 

Ecco: la piccola ironia è di quelle che non attaccano. Perché i «santi principî», nel caso in parola, s’innestano in una ragione di convenienza morale che un giornale, come quello che con noi discute, non dovrebbe ricusare con tanta disinvoltura.

Poniamo che le surriferite ragioni di principio siano metafisicherie inconsistenti. Un giurista non ha il dovere di giurare sul verbo della lotta di classe; la sua scienza, se non la sua pratica, è quasi sempre una sovrastruttura discretamente allegra. Ma il giurista non può sfuggire ad una plastica condizione di fatto: il Bauchiero è libero provvisoriamente e rimane sub judice, e finché codesta condizione dura, finché il dubbio permane sulla sua onestà, un certo ritegno di ogni simpatia s’impone per una ragione morale.

Abbiamo sott’occhio la sentenza che rinvia anche il Bauchiero al Tribunale militare, e in essa, mentre è pressoché esclusa la responsabilità materiale del noto industriale massone, la responsabilità morale non è «smorzata».

E allora ecco che noi abbiamo doppiamente ragione di aver scritto quanto adesso un avvocato-giornalista vorrebbe fare bersaglio di piccole ironie.

(19 marzo 1916).