Il gerente responsabile

Gramsci, Antonio

Gli eruditi, come spesso loro capita, sono caduti in un errore madornale. Non è vero che la poesia epica abbia esaurito il suo compito.

Certo nessuno, eccetto forse qualche parroco di villaggio, sognerebbe di cantare ancora di Orlando e di Oliviero. Ma il ciclo animalesco di Renardo e Lesengrino può ancora essere riaperto con profitto, per chi, per esempio, frequenti le sedute del consiglio comunale di Torino. «Aria ai monti» è inesauribile. Quando proprio crediamo che l’elenco delle sue prodezze sia ormai finito, e che a noi non rimanga che chiudere bottega, egli con gesto regale spalanca una nuova porta, e nuove fughe di stanze si presentano ai nostri occhi, e nuove gallerie, nuovi quadri vediamo che sono ancora da dipingere. Ieri si è presentato sotto le vesti di gerente responsabile. I conti dell’Esposizione, ohibò! «Aria ai monti» non se ne sente toccato. Egli era, è vero, vicepresidente della commissione esecutiva, ma dal 1910 non se ne immischiò piú perché a ben altra carica l’avevano chiamati i destini della sua città, ed egli come rappresentante della cittadinanza poteva trovarsi in contrasto con i suoi ex soci. Ma perché non si dimise da vicepresidente? Se le due cariche erano o potevano diventare in contrasto, quale necessità urgeva che esse fossero cumulate sullo stesso capo innocente? Ogni onore porta con sé degli oneri. Non si dà il proprio nome a chi deve amministrare del denaro pubblico, per lavarsene le mani quando pare che le acque si intorbidino. Chi firma come gerente responsabile un giornale, ne accetta implicitamente tutte le idee e tutte le responsabilità che dall’affermazione di esse derivano. Non basta dire: — Se responsabilità ci sono, io me ne accollerò la mia parte — quando si è già detto: — Signori mici, io non c’entro, io non so nulla di quanto poté essere fatto dai miei colleghi —. In Italia dove la disciplina è una cosa… teutonica, e quindi spregevole di per se stessa, questo è sempre stato il modo migliore per turlupinare il pubblico.

Chi poteva veramente rispondere, chi per le sue risorse finanziarie avrebbe potuto rifondere il mal tolto, riusciva a dimostrare che la sua persona era fuori causa, e nella rete rimanevano solo i poveri scagnozzi, quelli che in realtà ne potevano meno. È sicuro Teofilo Rossi che il fatto dell’apparire il suo nome fra i componenti la commissione esecutiva non abbia servito a persuadere molti che l’affare era buono e che ci si poteva fidare? E non hanno ragione ora quegli infelici di domandare che anche il Rossi sia solidale nel risarcimento dei danni? Egli si è corazzato dietro l’affermazione dell’avv. Cattaneo che i conti non sono stati resi perché il fatto compiuto avrebbe compromesso l’affare di fronte al ministero. Furbo l’avvocato! Precisamente, la resa dei conti preventiva doveva dimostrare che non c’erano stati sperperi, che il passivo era solo dovuto ad esigenze nazionali e non ad incapacità amministrativa o peggio, e che quindi era doveroso l’intervento dello Stato. Quando lo Stato avrà pagato, matto chi crede che ancora possa farsi qualche indagine. Tanto, si dirà, non è tutto ormai composto nel miglior modo? E il gerente responsabile non avrà piú grattacapi. Ma, se i nostri compagni consiglieri avranno energia, il giochetto non deve riuscire. I contribuenti italiani hanno il diritto di sapere se sono chiamati a saldare un debito nazionale, o se devono solo tappare dei buchi aperti da dentini troppo aguzzi, quando i gerenti responsabili dormicchiavano e pensavano già ad andare in Russia per ottenere dallo czar le medaglie di ricompensa.

(1° marzo 1916).