In difesa di un ladro

Gramsci, Antonio

Quell’impiegato della Banca commerciale che era riuscito ad appropriarsi di quarantamila lire, aveva fatto indubbiamente un buon colpo. Il piacere del successo è durato meno delle celebri rose. Per quanto egli avesse ben studiato il suo piano, lo hanno scoperto e arrestato. Non gli hanno lasciato nemmeno il tempo di godere quei soldi che era riuscito a procacciarsi senza sudore, ma con molto pericolo. Ha dovuto rinunciare all’appartamentino ammobiliato con lusso e alla fidanzata che doveva sposare, per seguire le guardie di P. S. che lo hanno tradotto alle Nuove. Quanti sogni svaniti, quante speranzielle infrante!

È un disonesto — certo — chi si appropria di quaranta biglietti da mille, abusa della fiducia in lui riposta; è un ladro matricolato.

E sia pure! Ma se noi fossimo avvocati e ci si incaricasse della sua difesa, vorremmo chiedere al processo la sua assoluzione per inesistenza di reato, o vorremmo costituirci parte civile contro gli amministratori della Banca commerciale che non solo dovrebbe rispondere della rovina di un giovane, ma anche di eccitamento a delinquere.

Quel Silvola che ha rubato le quarantamila lire era impiegato da tre anni alla Banca commerciale. Aveva dimostrato buona volontà e intelligenza, e la Banca lo compensava col lauto stipendio di lire novanta mensili!

L’onestà è il primo dovere dell’uomo. Sicuro! Ma bisognerebbe essere eroi per conservarsi onesti quando le tasche e le budella sono vuote e quando avendo il portafoglio disoccupato si vedono passare davanti agli occhi fasci di biglietti grossi.

Fate il conto. Trovate a Torino una trattoria che vi dia pensione, che vi dia da dormire e vi faccia lavare e stirare la biancheria per novanta lire? E quando l’avete trovata, se guadagnate soltanto novanta lire, diteci dove andrete a prendere i quattrini per pagarvi i vestiti che devono essere decenti e decorosi quali si convengono a un impiegato della Banca commerciale. E poi quante altre cose occorrono, giacché, in verità, l’uomo non vive di solo pane!

L’impiegato ha avuto il torto di innamorarsi e di pretendere una moglie, una casa propria, con le gioie non senza spine della famiglia. Ah! Il decoro, il decoro!… Quando si guadagna uno stipendio di novanta lire, o si fa il voto di castità per sempre, oppure si cerca una fallofora da proteggere. E non ci si deve sposare se non si riesce a trovare una moglie con almeno cinquemila lire di rendita.

Delizioso mondo borghese!

(17 febbraio 1916).