Cani arrabbiati

Gramsci, Antonio

È il grazioso nomignolo che ci dà uno dei tanti foglietti semiclandestini che pullulano all’ombra della Mole; quello che dell’attività umoristica pedemontana si è riserbato la bandita della politica estera, e ogni settimana spartisce per la cultura dei suoi lettori il mondo coi suoi annessi e connessi, riserbando naturalmente all’Italia la fetta piú grossa e piú dolce del panettone. Il nomignolo ci piace e lo facciamo nostro senz’altro. Crediamo che anche i cani rabbiosi abbiano nella vita sociale una loro funzione, e importantissima, e noi come per il passato continueremo a svolgerla del nostro meglio.

A Torino, per riconoscimento universale, la vita pubblica si svolge nel piú arcaico e buffo dei modi. Ogni scazzonte vi può passare per gran uomo, ogni bulicare di letamaio diventa fatto politico di prim’ordine. Il controllo, la critica non esiste. Esiste il soffietto, l’adulazione piú piatta e disgustosa. Non per nulla Torino è specialmente illustre per i suoi confettieri: tutto vi è inzuccherato, all’acqua di rose. Capitiamo noi in mezzo a questo pollaio di tacchini tronfi e pettoruti, e siccome abbiamo pochi rispetti umani e non ci lasciamo abbagliare dal luccichio delle penne, facciamo strillare parecchia gente e ci tiriamo addosso un sacco di improperi e di maledizioni. Ohibò! quanto schiamazzo per della gente della quale non ci si cura e che si rivolge solo ai proletari. Evidentemente si sente che i nostri morsi non sono dati a caso, e che la nostra rabbia ha uno scopo ben determinato.

Com’era bella la vita d’Arcadia della Torino d’altri tempi! Teofilo Rossi attendeva con modestia e disinteresse a fare raccolta di decorazioni, a strapazzare Dante nei suoi discorsi e ad educare i suoi rampolli froebelianamente, abituandoli a seguire le orme paterne con l’ornare i loro alberi di Natale di dischetti metallici riproducenti il collare dell’Annunziata o l’ordine dell’Aquila nera. Come non avrebbe dovuto essere buon amministratore di una grande città chi aveva saputo ammassare milioni con la professione di vinattiere e aveva mostrato tanti scrupoli e tanta solerzia contabile nell’Esposizione del 1911? Il conte Orsi democratizzava boterianamente, coscienza limpida ed austera di infelice in politica che attende il suo astro. Giolitti faceva le sue periodiche capatine ossequiato e osannato. C’erano i socialisti che di tanto in tanto obbligavano il comune a spese straordinarie, [mezza riga censurata] ma si sa, qualche molestia è pure indispensabile ci sia, e senza qualche fastidio come si apprezzerebbe nella giusta misura la tranquillità? Il prof. Cian sembrava con la sua invadente persona voler portare una nota nuova nella vita cittadina: l’imperialismo comunale, con l’annessione di Cavoretto alla cinta daziaria, se la guerra glie ne avesse dato il tempo e se Bevione non l’avesse tradito. Le assemblee comunali tra i discorsi del Borini e del Mussi, e la elefantesca agilità polemica dello Zaccone o di Saverio dalla barba fiorita, si trascinavano in una beata strafottenza di tutto e di tutti. Era proprio un idillio, una corte d’amore quella vita torinese, quando a rompere qualche alto sonno è capitata questa pagina dell’«Avanti!» con la sua petulanza screanzata e da monella. Il suo ronzio di vespa ha turbato molti sonnellini, ha messo in corpo a molti un’irritazione sorda e nervosa. «Chi sarà lo scorbacchiato di oggi?», si domandano i lettori aprendo alla mattina il nostro foglio. Perché a Torino, come abbiamo detto in una delle prime note corsive, abbondano gli esemplari di quella sottospecie zoologica che è stata chiamata degli «idioti con decoro». Noi abbiamo dimostrato che di decoro ne avevano pochino pochino, e allora sono rimasti solo col primo attributo poco onorevole. Noi abbiamo dimostrato, non abbiamo solo cicalato, abbiamo dato le prove della nostra affermazione, li abbiamo colti in atto, nella conferenza o nella vita amministrativa e giornalistica, e la punzecchiatura perciò è stata piú dolorosa, perché non lasciava adito alla smentita.

Cani rabbiosi, benissimo! Sono i cani rabbiosi che attraversando le strade cittadine sotto la sferza della canicola obbligano le donnine dei marciapiedi a correre, a sollevare le gonnelline e a mostrare tutto lo schifo dei loro dessous.

(22 febbraio 1916).