Heu pudor!

Gramsci, Antonio

Bevione scrive di Leonida Bissolati. L’«Idea nazionale» protesta, e con ragione, perché l’apologia del socialismo e delle passate battaglie socialiste fatta sulla «Lettura» è ripugnante o sollazzevole, a seconda se si abbia voglia di piangere sulla bassezza morale e intellettuale degli uomini ai quali è affidata la rappresentanza della nazione, o di ridere sulle contorsioni acrobatiche di chi ha bisogno di assicurarsi un collegio.

Nessun socialista, scrivendo la passata vita del neo-ministro fino al momento della sua espulsione dal nostro partito, avrebbe potuto forse trovare frasi piú benigne, né valutare piú serenamente i fatti. Tutto è lodato! L’adesione al socialismo dalla corrente mazziniana, la prima opera di propaganda per il risveglio delle plebi agricole, le battaglie parlamentari per la libertà, sono narrate con la massima simpatia. Sembra che Bevione ci sia stato anche lui accanto a Bissolati in quell’epoca; abbia anche lui partecipato a tutte le lotte, abbia sofferto il carcere e non mai combattuto, vilipeso il movimento nostro. Ma oggi Bissolati è ministro e forse domani sarà il Briand d’Italia, e Bevione gli scodinzola intorno, e ne esalta non solo le attuali benemerenze patriottiche, ma anche le altre del tutto opposte. Razza di giullari!

Perché non c’è piú oggi in Italia un cane d’un moderato che abbia il coraggio di difendere le persecuzioni inflitte nei tempi passati agli uomini nostri. Crispi?! Domicilio coatto?! Prigionieri?! Novantotto?! Quando se ne parla ogni buon borghese si stringe nelle spalle, e sembra quasi voglia chiederci scusa se allora, molti anni fa, vi furono dei governi e dei ministri cosí poco liberali! «Che colpa ne abbiamo oggi noi del secolo XX? — sembrano dire. — Già, allora hanno avuto torto, ma oggi… vedete quanta libertà; vi chiamano perfino al governo!»

E se si ricordano i processi, le condanne di oggi: «Oh, sono uomini questi senza testa e senza buon senso, vedete… Bissolati!» Tal è del resto il destino di tutte le grandi idee innovatrici: costare agli assertori dolori e sacrifici, ed essere accettate dalle maggioranze lentissimamente, onde ogni qualvolta un piccolo progresso è conquistato, già nuove aspirazioni urgono!

La borghesia si sta accorgendo ora di quale magnifica opera per la causa del proletariato e della civiltà umana abbiano compiuto i primi socialisti; lo riconosce perché crede che essi non siano piú pericolosi, e riserba tutte le sue ire contro coloro che oggi non vogliono fermarsi, ma vogliono proseguire senza sosta, ad ogni costo, il lavoro iniziato. Certo fra venti anni o cinquanta, qualche altro Bevione scriverà, fra il consentimento generale, che noi anti-patriottici, traditori ecc. non avevamo poi ogni torto, e magari riconoscerà che abbiamo bravamente saputo tener fede alla nostra idea, a delle buone idee che saranno ormai comunemente accettate.

Frattanto è preferibile ridere! C’è tanta tristezza, tanta oppressione, tanto sconforto intorno, che è necessario scuotere qualche volta l’animo nostro.

Ecco Teofilo Rossi sindaco ed ecco Giuseppe Bevione deputato: quali sforzi per rimanere a galla, quale pietoso spettacolo! Ridete. Chi di loro si salverà? Ahimè, purtroppo per la nostra allegria, nessuno!

(7 agosto 1916).