Diritto comune

Gramsci, Antonio

Se un qualsiasi cittadino, attraversando di notte una via, si accorge che uno sconosciuto striscia rasente un muro e lo insegue, ha diritto di domandare aiuto alle autorità per essere protetto e di servirsi della sua forza fisica per porre termine al gioco pericoloso. Se un qualsiasi cittadino si accorge che sotto le finestre della sua abitazione uno sconosciuto si pone in ascolto, e sorprende il congegno delle sue abitudini, e segue tutta quella parte della sua vita che il pudore o solamente il buon gusto gli fa volere sia salvata da ogni curiosità, il cittadino crede d’avere il diritto di irrorare il curioso dei liquidi piú eterogenei e di farlo smettere, con le buone o con le cattive. È insomma coscienza diffusa in ogni cittadino che senta la sua dignità di uomo, di avere il diritto di tutelare la sua libertà di vita, la scelta delle sue abitudini, la distribuzione della sua attività, ad ogni costo, e di avere il diritto di proibire agli sconosciuti curiosi di porre il naso nella sua vita privata.

Tutto ciò è semplice, piano e nessuno oserebbe farne argomento di contestazione. Eppure vi sono degli uomini che si vedono inseguiti nella pubblica via alle ore piú impossibili della notte e non possono protestare. Vi sono delle case private che debbono sopportare la sorveglianza degli sconosciuti che spiano, ascoltano, domandano informazioni, senza che determinati inquilini possano protestare. Vi è un edifizio privato, che non può essere chiuso dalla legge perché nessuna autorità lo ritiene covo di malviventi, luogo di convegno di ladri o di assassini, ed i passanti vedono sul suo marciapiede degli sconosciuti accoccolati che ascoltano, prendono appunti, senza che nessuno possa sapere chi sono, e senza che nessuno senta d’avere il diritto di servirsi della frusta contro di essi, come contro i cani randagi.

Perché se uno, inseguito, domanda spiegazioni al pedinatore, può vedersi mettere sotto il naso una targhetta con un numero, oppure piú spicciamente può essere trascinato in un corpo di guardia, essere caricato lui di bastonate, e prendersi una condanna per oltraggio ad un agente. Perché uno deve, nel regno d’Italia, ritenere che ogni borghese sia un agente, e lasciarsi borseggiare per paura che il presunto ladro sia invece un agente e possa fare andare in galera il borseggiato. Perché, nel regno d’Italia, c’è una categoria di persone, che vestono in borghese ma hanno nel portafoglio una patente, ai quali è permesso ciò che a tutti gli altri è proibito, ed i cittadini devono sapere che essi hanno nel portafoglio la patente, e devono sopportare di essere malmenati, derisi, bastonati, senza avere il diritto di protestare. Perché — e questa è la ragione di maggior peso — gli italiani hanno cosí poca coscienza di ciò che veramente è la libertà, da permettere che una ristretta categoria di persone, per lo piú fior di bricconi e schiuma di fogna, sia fuori del diritto comune e possa sottrarsi a quelle sanzioni punitive che la coscienza universale crede giustificate contro tutti i comuni malfattori.

(22 agosto 1916).