Quistione di fosforo

Gramsci, Antonio

Il cav. Berta entra pensieroso nella sua severa stanza che conosce le tormentose battaglie dell’arte e della poesia. Gli frulla nel cervello un’idea, e ciò non è piccolo avvenimento nella vita del cavaliere. Gli strumenti del mestiere sono posti sul tavolino: una dozzina di scatolette di fiammiferi e un paio di accenditori automatici; il dramma è già vivo nella sua fantasia. Non manca che concretarlo in un’espressione scenica. Personaggi: il cavaliere stesso, protagonista, fumatore accanito e infelice, un accenditore automatico (damina viennese) antagonista, tatuata col segno dell’aquila bicipite e priva di… benzina, un fiammifero pro mutilati, capocchia soda, ricca di fosforo, fiamma del cavaliere, tenuta prigioniera da un orco (cerinaio) e vari generici (cerini, zolfanelli comuni, prodotti dall’industria nazionale e quindi perfettamente inutili). Il cavaliere non conosce ancora la fiamma del suo cuore, che dovrà ispirargli il capolavoro, l’opera definitiva suggello della sua proba carriera di letterato. È pensieroso; il sigaro (simbolo della poesia… fumiste) è spento e al cavaliere manca il fosforo per accenderlo. «Fiammiferi! Ma questa è roba che non prende! Prendono invece i nervi».

Passa agli zolfanelli, peggio che mai: «Non ha capocchia! È un’asta bianca e liscia». Testuale!

Si fa avanti insinuante la damina viennese. La virtú del cavaliere tentenna. Sta per far scattare… la molla, ma riflette: «Piano un po’… non avevi giurato — in fede mia — guerra di boicottaggio… alla tedescheria?»

S’accorge del tatuaggio e rilutta ancora, ma la damina è troppo affascinante. La molla scatta una, due, tre volte… cilecca, il cavaliere si mette le mani nei pochi capelli, e come succede sempre quando si fa… cilecca, se la prende con la dama, che manca di… benzina. Cerca di far dello spirito per consolarsi: si rivolge alle immagini degli avi:

 

Chi mi dà un po’ di fuoco?…

Foss’anche fuoco austriaco!

Si può accettarlo in prestito…

Per restituirlo poi…

Al Carso o sull’isonzo…

Dove vorrete voi!

 

Il dramma a questo punto precipita alla sua logica soluzione. L’orco cerinaio passa sotto la finestra, si lascia corrompere e per tre soldi cede al cavaliere la creatura dei suoi sogni, che compare sulla scena avvolta in un sudario tricolore. Il cavaliere sente che questa volta non farà cilecca. Le immagini fioriscono nella sua fantasia con un crescendo rossiniano. Sente i piú fervidi ardori: diventa pindarico:

 

Fiamma che splendi a Noi

e c’inviti a pensare ai nostri sacri Eroi:

fiamma che simboleggi il magnifico incendio

che affrancherà l’Italia dal turpe vilipendio.

 

La fantasia lo porta lontano, tanto che esclama:

 

Ove fiorisca l’alto pensiero italico, ivi è la Patria!

Tanto

sul campo della gloria, come nel

camposanto!

 

Il poveta s’accorge di aver esagerato un po’ facendo fiorire l’alto pensiero anche nel camposanto! Ma tutto non è stato invano. La fiamma brilla, il sigaro s’accende, il dramma è finito nel modo piú morale e soddisfacente. Il cavaliere è cosí contento d’aver finalmente a sua disposizione un po’ di fosforo che pensa già al trittico: Il fiammifero dall’età della pietra a quella dell’accenditore automatico, con prefazione di Giacomo de Medici.

(5 aprile 1916).