Stati d’animo

Gramsci, Antonio

Sono almeno quindici giorni che io non mi sento piú io. Sono almeno quindici giorni che sento scricchiolare qualcosa nell’impalcatura dell’animo mio, e dubito e diffido. Che lezione per il mio satanico orgoglio! Credere di essere un uomo morale; essere persuaso che pensiero e azione si siano nei propri atti fusi in un blocco granitico non scalfibile dal piú potente acido di autocritica corrosiva. Che lezione! Perché, da quindici giorni almeno, per ogni atto che l’abitudine meccanicamente fa compiere alla persona materiale, dei calcinacci cadono con tonfo lugubre nelle acque stagnanti del foro interno della coscienza, e suscitano frotte di domande lancinanti: sono io un 254

essere morale? O non sono l’ultimo degli uomini? Dieci sigarette, dieci pugnalate nel cuore: il fumo se ne illividisce, l’aspirazione diventa un sibilo viperino. La costellazione delle fibrille tattili del palato è tutto una amarezza di rimproveri pungenti. Quali occhiali frapporre fra la retina e il mondo? Perché il mondo si intestardisce a conservarsi bello e, ad assalire l’intero sensorio (come direbbe l’ineffabile neo-filosofo letterapertario Faracovi) con traditrici e tentatrici sensazioni? Satana, il beffardo sabotatore della guerra, non è in agguato solo per umili monachelle; chi si salva dalle sue malefiche arti? Satana è nei marrons glacés. Satana è nella chicchera di caffè dentro la quale è scivolata una quarta zolletta di zucchero. Satana è nel grappolo d’uva rimasto in Italia dopo l’assunzione di Filippo Meda alle Finanze. Satana è dappertutto, nel tozzo di pane semiunico, nel vinello annacquato dopo le nuove tasse, nell’uovo che si ostina a mancare per fare un torto personale al calmiere; Satana è in ogni miserabile nostro desiderio. Da quindici giorni almeno Satana trionfa. Satana ci perseguita. Satana scuote con le sue braccia nerborute l’impalcatura delle nostre coscienze. E fa crollare i calcinacci dell’edifizio dell’animo nostro, e ne lascia lugubramente scheletrite le travature, al freddo dell’inverno che sopraggiunge, al freddo che ci riporta il lamento degli assiderati, dei privati di tutto, di quelli che vedono Satana nella loro vita, nel loro sangue che zampilla implacabilmente, nel loro cervello che si arrovescia fuori del macabro calice del teschio. Satana non è solamente nelle belle gemme che ornano le fini mani delle dame dei nuovi plutocrati, non è nelle ville, nei poderi, prezzo scellerato dell’industria nazionale che si rassoda per il domani, non è nei guadagni insanguinati dei capitalisti che preparano la nuova Italia piú disciplinata, piú vigile assertrice del dovere. Ebbene, sí: da almeno quindici giorni sembra crollare l’impalcatura del mio animo; ma sembra solamente. Alla nuova tribú dei noiosi quacqueri monorimi, l’animo mio risponde con uno sputo; se è stabilito nel libro del destino che dieci generazioni siano radiate dal mondo che pure ha anche per esse qualche bellezza, non invidi loro la tribú dei quacqueri una zolla di zucchero, un grappolo d’uva, e neanche un marron glacé.

Il canto di domani tanto non sarà dolcificato dalla limitazione odierna di zucchero.

(23 ottobre 1916).