Il mantenuto

Gramsci, Antonio

Toh! finalmente lo rivedo. È piú che mai repellente. Ma è proprio lui in carne ed ossa. Ecco: S. E. trascina la sua noia di uomo scontroso nei laboratori degli indumenti militari ove il clericale Zaccone sta immortalandosi. Vedo che intorno al capo del governo strisciano ancora le piú nauseanti e lombricali adulazioni, il presidente sorride di un sorriso indefinibile: è ironia, o compiacenza? Chissà?

Ma eccolo, eccolo lí quel picco empiastro di scetticismo e di egoismo dappresso all’uomo di governo, eccolo a proferire le sue adulazioni — l’on. Quindicilire. È il vice presidente del comitato di preparazione e magna pars del comitato contro lo spionaggio; è quegli che invocava in una riunione di allievi ufficiali i fulmini contro di noi nemici interni; è il direttore di una grande formidabile azienda cooperativa socialista; è l’on. Nofri, il politicante, il trafficante che non crede piú nemmeno al riformismo, che fra tante brutture dà ancora l’operosità inquieta e nostalgica di Angiolo Cabrini e l’abnegazione di Leonida Bissolati.

L’on. Quindicilire non crede piú a nulla; o meglio non crede che all’ingenuità di quei proletari torinesi che gli assicurano uno stipendio di viceministro.

Conosco un altro riformista torinese temutissimo e odiatissimo, fautore fervido delle opere di assistenza per i fratelli colpiti dalla guerra; questi ha saputo dignitosamente astenersi dai festeggiamenti dei passati giorni. Io guardo il caso Nofri prescindendo dal riformismo e dall’interventismo: lo riguardo di per se stesso, come un’espressione della miseria politica e morale di un uomo che non sa comprendere la delicatezza della sua situazione. O con noi o contro di noi. È l’imperativo categorico di tutte le fedi vere e profonde e sentite. L’on. Quindicilire non sente, vegeta; guadagna quasi come un ministro, conciona per la guerra e crede di adempiere a tutti i suoi doveri civici versando quindici lire per le opere di assistenza.

Non sente e irride all’angoscia di quel partito che lo «mantiene» e che in questi giorni ha dovuto fare violenza alle proprie forze per rattenerle, per non lasciarle disfrenare in una protesta clamorosa.

Vorrei fare una proposta; vorrei proporre una sottoscrizione per racimolare quella somma solo per la quale, senza nocumento per la nostra azienda cooperativa socialista, è possibile mettere alla porta il corteggiatore, il lacchè di S. E., nonché mantenuto dal Partito socialista torinese; metterlo alla porta dell’edificio di viale Stupinigi, a pedate nel sedere.

Ecco il trattamento che ormai il mantenuto si merita: calci nel sedere.

(3 febbraio 1916).